Romanzo
Un cuore blu come il blues, la musica dell’anima
Marco è un cantante anomalo, poco italiano e più anglosassone, visto che il genere che ama è il blues, la musica dei neri d’America. Da sempre. Fino dagli anni della pubertà, allorché sua madre gli regalò la sua prima chitarra negli anni Sessanta, quando i Beatles iniziarono ad essere i protagonisti della cosiddetta “Beatlemania”, fenomeno che doveva cambiare il mondo non solo a livello musicale, bensì culturale e di costume.
Attraverso il fil rouge della musica, il romanzo segue la parabola di Marco, i suoi amori, le sue scelte esistenziali che mai si abbassano alle mode del momento e che sono sempre e solo animate dal suo incoercibile amore per la musica.
Indice
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II
La prima chitarra gliela misero tra le mani per scattargli una fotografia in bianco e nero all’età di quattro anni, in occasione del carnevale. Era stato immortalato in ginocchio sulla gamba destra, l’ampia camicia coi grandi bottoni bianchi e i pantaloni neri di raso, il colletto a volant e una buffa papalina altrettanto nera calcata sulla testa da cui sbucavano i lunghi riccioli biondi. Gli avevano anche infarinato la faccia, disegnato una grossa lacrima nera che gli scendeva lungo la guancia sinistra, e tinto le labbra col rossetto a forma di cuoricino. Come tutti i mancini, teneva la mano destra stretta al manico di quella piccola chitarra e la sinistra sulle corde, ma non sorrideva, al contrario: era malinconica la sua espressione. Ignorava che gli avessero dipinto una lacrima sulla guancia, e che Pierrot, quell’antica maschera della Commedia dell’Arte di cui vestiva i panni, raffigurava un pagliaccio che si struggeva d’amore per Colombina, da cui non sarebbe mai stato ricambiato perché innamorata di Arlecchino. Eppure qualcosa in cuor suo gli diceva che non era per nulla divertente indossare quel costume e che da quella chitarra sarebbero uscite solo tristi canzoni d’amore.
Quando quella foto qualche tempo dopo capitò per caso nelle mani del figlio ormai adolescente, la madre gli raccontò che lui l’aveva pregata di non vestirlo mai più con nessun costume per carnevale perché non gli piaceva farsi rubare l’anima da un altro che neppure sapeva chi fosse.
– Ma è per gioco! – lo aveva rassicurato la donna – tutti si travestono per carnevale, fa allegria. –
– A me non diverte per niente, preferisco restare quello che sono – le aveva risposto il bambino con una punta di orgoglio ferito.
– Come vuoi, non lo faremo più – aveva tagliato corto sua madre.
– Le stelle filanti e i coriandoli, quelli sì che fanno allegria, basta che non te li tirino negli occhi, sennò non ci vedi più, e neanche in bocca, altrimenti non respiri più – aveva precisato il bambino con uno sguardo perso chissà dove.
Un seme, in ogni caso, era stato gettato nel solco, perché a tredici anni il ragazzino si fece coraggio, ben sapendo che il padre guadagnava poco e a ogni fine giornata rincasava stanco morto, e una sera gli disse: – Papà me la compri una chitarra? –
– Una chitarra? E che te ne fai di una chitarra? –
– Imparo a suonarla. –
– Mmh… impari a suonarla. E poi? –
– E poi ci suono le canzoni. –
– Che canzoni? Non ti ho mai visto ascoltare canzoni. –
Era chiaro che il padre non sapeva quale pretesto inventare per non soddisfare una richiesta che giudicava una semplice voglia infantile.
– In questa casa non si buttano via i soldi, dovresti saperlo. –
Il ragazzino annuì con un gesto del capo e abbassò gli occhi. – Ti prometto che mi impegnerò seriamente e imparerò a suonarla – insistette.
Suo padre era un osso duro: – Non sarà che dopo l’euforia dei primi giorni la butti in un angolo come hai fatto con altri giocattoli? –
Quelle parole l’uomo le pronunciò guardando il figlio con occhi che lo scavavano dentro fino all’anima. Il ragazzino conosceva quello sguardo e quel tono di voce e lo temeva perché fin da piccolo era stato testimone delle frequenti liti tra il padre e la madre. Per non dovere sentire quella voce rabbiosa si ritirava ogni volta nella sua cameretta, dove si tappava le orecchie con le mani, chiudeva gli occhi e pregava Dio che quel supplizio avesse fine al più presto: – Ti prego, Gesù, fa’ che smetta di gridare, fa’ che smetta! Te lo chiedo con tutto il cuore! – continuava a ripetere fino a che non cessavano le liti.
Sua madre aveva un carattere mite e la miseria che da sempre aveva patito in seno alla sua famiglia l’aveva forgiata alla rassegnazione, ma in quei casi sfoderava un carattere forte, alzando la voce pure lei e sfidando il marito arrivandogli a pochi centimetri dalla faccia.
Essere obbligato ad assistere a quelle scene faceva battere all’impazzata il cuore del bambino. Il suo era il terrore di vedere i genitori mettersi le mani addosso, tanto l’odio sembrava avere il sopravvento sulla ragione. Quando tutto tornava alla normalità, ringraziava il padreterno per l’ennesima volta pregandolo di non dovere mai più assistere a tanto strazio. Ma lo strazio si ripeteva ancora e ancora e ancora, lo strazio pareva non avere mai fine. Finché venne il giorno in cui se ne fece una ragione. Erano fatti così gli adulti, pensò, erano fatti male. Vedendo le continue privazioni cui la sua famiglia era sottoposta aveva altresì compreso che tante di quelle liti nascevano dalla povertà, contro la quale, a meno che non avvenisse un miracolo, non si poteva fare niente.
– Ti prometto che non sarà così, papà – lo rassicurò il ragazzino.
Suo padre sollevò lo sguardo verso la moglie. La donna sorrise e si affrettò a dire: – Ne abbiamo già parlato io e tuo figlio oggi pomeriggio. Sa benissimo come stanno le cose in questa casa e non credo che abbia alcuna intenzione di scherzare, dico bene? –
– Dici bene, mamma. –
– Non ho idea di quanto possa costare una chitarra. Domani potremmo andare in centro città in un negozio di strumenti musicali e se non è troppo cara, una chitarra a rate ce la potremmo permettere. –
L’uomo sorrise al figlio: – Vuoi fare il chitarrista da grande? Perché i casi sono due: o dopo le scuole medie ti iscrivi al conservatorio e finirai a lavorare in qualche orchestra, magari in quella della Rai, oppure… oppure hai il talento di un Segovia, numero uno con la chitarra classica, e allora farai concerti in tutto il mondo. –
– Potrei anche suonare in un complesso. –
– Tipo gli Shadows? –
– Gli Shadows sono fortissimi! La loro canzone “Apache” è un grande successo a livello mondiale… – disse il figlio.
– Ma gli Shadows sono inglesi e l’Inghilterra non è l’Italia. –
– Ma che c’entra imparare a suonare la chitarra con l’Inghilterra o l’Italia? –
– Voglio dire che qui da noi va la musica melodica, le canzoni d’amore. Al Festival di Sanremo ci va Domenico Modugno non Elvis Presley. –
Il ragazzino continuava a non capire.
– In America fanno tutta un’altra musica – disse il padre, – laggiù va di moda il rock’n’roll. Comunque… anche Domenico Modugno canta accompagnandosi con la chitarra… Ti piacciono le sue canzoni? –
– Canta accompagnandosi con la chitarra anche Adriano Celentano, che fa rock’n’roll all’italiana. –
– Mmh… –
[…]
Chi è Enzo Braschi
Enzo Braschi, dopo la laurea in Filosofia con una tesi sulla spiritualità dei Nativi americani delle Grandi Pianure, si dedica al mondo dello spettacolo divenendo un apprezzato attore televisivo e cinematografico. Autore di vari documentari sugli Indiani d’America, dal 1996 al 2003 prende parte alla Danza del Sole – la cerimonia più sacra dei Nativi.
Per Verdechiaro Edizioni ha pubblicato La conoscenza segreta degli Indiani d’America, Mi chiamo Bisonte Che Corre, Io ricordo e i romanzi Oltre, La dea dei golosi, L’ultima donna, Di Terra e di Luce, Il sangue non dimentica, Semi di stelle.
