Crescere in Saggezza
Un approccio contemplativo all’impermanenza e alle sfide dell’età
Nella vita ci sono poche certezze, una è che si è nati e l’altra è che, prima o poi, si deve morire: ciò che sta in mezzo è la nostra sfida e possibilità. Il nostro compito è attraversare in completa presenza il tempo che ci è dato e le varie tappe del nostro percorso esistenziale.
Possiamo attraversare la vita continuando a crescere, spiritualmente e psicologicamente? Possiamo mantenere la freschezza, l’apertura, la curiosità, lo slancio della nostra giovinezza? Possiamo essere totalmente vivi e “giovani” fino all’ultimo respiro?
Certo che è possibile, basta attrezzarsi ed educarsi a non dare mai nulla per scontato, a celebrare ogni singolo attimo, a mantenere la “mente da principiante”. Un percorso possibile per vivere totalmente godendosi tutte le tappe del nostro viaggio esistenziale.
Indice
Prefazione
La scoperta (tragica?) dell’impermanenza
C’è una fine alla crescita interiore?
La mente da principiante
Sii grato!
Forever young
Corpo, Parola e Mente
L’illusione del futuro e il peso del passato
Lasciar andare
Le età della vita
Giungere vivi alla morte
Il dono dell’ascolto
Scegliere la mortalità
Nello specchio della morte
Dopo di noi
E quindi?
Oh beata solitudo!
Dall’isolamento alla solitudine
Solitudine creativa
Verso la relazione creativa
Intermezzo
La solitudine e le età della vita
Epilogo?
Postfazione
Nota sull’Autore
Leggi un Estratto del libro
La scoperta (tragica?) dell’impermanenza
“A ogni giorno il suo affanno”, ci ricorda il Vangelo di Matteo (6,34); peccato che, in certi giorni, l’affanno è un tantino più pesante del solito e, a volte, ci pare assolutamente ingestibile.
Superata una certa età, variabile perché può accadere a cinquant’anni come a sessanta o dopo, è inevitabile che venga il giorno in cui la verità dell’impermanenza ci prenda alla gola e non molli la presa… un giorno in cui, inevitabilmente, l’affanno risulterà insopportabile.
Tutti sappiamo – razionalmente, perché ci siamo letti qualche filosofo o abbiamo ricevuto insegnamenti buddhisti – che nulla permane, tutto cambia e alla fine tutto si modifica, eppure ci attacchiamo tutti all’assurda idea che a noi non succederà, o comunque non in modo così drammatico e, eventualmente, in un tempo molto lontano.
Non funziona, però, e viene il giorno in cui, di colpo, sperimentiamo questa semplice e inevitabile verità: non siamo eterni.
Può succedere a fronte di accadimenti tragici o banali: la morte di un amico; le prime rughe; una malattia o i primi capelli bianchi… in realtà non ha importanza, è comunque un colpo al nostro delirio di onnipotenza/immortalità.
La vera comprensione dell’impermanenza non può che essere esistenziale, esperienziale e viscerale: tutto il resto serve a poco, è solo una bella teoria con cui trastullarsi, nulla di veramente significativo.
Qualunque sia la causa scatenante ci si ritrova con l’orizzonte futuro quasi annullato, si è tentati di soffermarci solo sul passato, come scrive Daria Bignardi: “quando mi sono ammalata ho smesso del tutto di guardare avanti” (Libri che mi hanno rovinato la vita, ed Einaudi, 2022).
Improvvisamente si sente nelle viscere che qualcosa sta cambiando, che il capolinea si avvicina e sopraggiunge una sorta di bisogno impellente di fare i conti con la nostra vita.
È una spinta introspettiva che è un tentativo di chiudere il mandala della nostra vita per lasciarci andare più serenamente alla corrente che, vicina alla foce, pare prendere più forza.
“Bisogna avere il coraggio di conoscere se stessi e dare un giudizio”, dice Marguerite Yourcenar, e temo che abbia dannatamente ragione; giunti alla consapevolezza che non siamo immortali e che tutto va modificandosi, è di aiuto fermarsi a fare il punto, chiudere i conti con ciò che dal passato continua a tormentarci, spesso inconsapevolmente, perdonare e perdonarci.
Sviluppare gentilezza amorevole per noi stessi, per ciò che siamo stati, per ciò che abbiamo o non abbiamo fatto, perdonare chi ci ha ferito e ringraziare chi ci ha fatto del bene è un balsamo per la nostra anima spaventata dalla (tragica?) scoperta dell’impermanenza.
Non è sempre così facile fare i conti con il passato; perdonarsi e perdonare pare poi qualcosa di impossibile, tutto ci pare vuoto e privo di senso, senza quell’orizzonte infinito tutto ci pare vacuo, quasi che solo quella proiezione nel futuro risvegliasse il nostro eros (inteso come “amore per la vita”).
Questa sensazione va affrontata, elaborata e superata: è tempo di fare i conti con i nodi irrisolti e di centrarci nell’attimo presente, cioè nel vivere reale.
Qualche tempo fa ero sull’autobus e una bella e giovane fanciulla mi ha guardato e poi mi ha chiesto: “Vuole sedersi?”. In quell’istante mi sono quasi risentito, poi mi è venuto da ridere: che cosa potevo pretendere con la mia barba bianca?
Mi sono visto con i suoi occhi e, dopo un primo momento di fastidio, mi sono riconosciuto per ciò che sono e ho provato una grande sensazione di leggerezza.
Perché continuare a negare la propria realtà tingendosi i capelli, sottoponendosi a chirurgia estetica, diete o make-up? Non possiamo accettare il naturale passare del tempo e scoprirne l’intrinseco valore?
Quando ci decideremo a comprendere che l’impermanenza non è una maledizione ma un’incredibile opportunità di crescita e di illuminazione? Un’opportunità per scoprire la magia di questo momento?
“Poiché non c’è altro che questo momento, il tempo-essere è tutto il tempo che c’è.” Eihei Dōgen
La comprensione profonda di questa semplice verità è l’essenza della liberazione/illuminazione: che esiste solo questo momento e che tutto il tempo è in questo momento.
Il nostro continuo chiacchiericcio mentale ci fa credere che esistano un passato e un futuro mentre, in realtà, esiste “veramente” solo l’attimo presente: il passato non è più, il futuro non è ancora.
Tutta la pratica meditativa sta nell’imparare ad essere totalmente presenti nell’attimo, senza farci sedurre dai pensieri sul passato o sul futuro, completamente aperti all’esperienza di quel preciso momento.
È un percorso: all’inizio ci si riesce per pochi secondi e poi per qualche minuto, fino a riuscire a dimorarvi più o meno stabilmente o, quantomeno, a poter richiamare la presenza in maniera automatica.
Nulla di trascendentale o di “mistico”: stare con ciò che c’è senza costruirci pensieri sopra, senza attaccarci e senza cercare di sfuggire.
Chi è Marco Valli
Marco Valli (Osel Dorje), laureato in lettere e in psicologia, è stato insegnante negli istituti superiori per quarant’anni. Maestro di meditazione della scuola Nyingmapa del Buddhismo tibetano, tiene corsi e conferenze diondendo la pratica meditativa in modo laico e informale. Già redattore di CEM Mondialità, scrive su vari giornali e riviste, e ha pubblicato numerosi libri fra cui: La saggezza folle (Ed. Promolibri, 1995), Solamente un gusto (Ed. Xenia, 1999), Le ore dell’anima (Ed. Xenia, 2002), Il Buddha in classe (Ed. Xenia, 2017), L’insegnante consapevole. Breve corso di mindfulness per educatori (Ed. Verdechiaro, 2020), Incontri (Ed. Verdechiaro, 2021), Pensieri di un vagabondo del Dharma (Ed. Verdechiaro, 2023).
Da sempre è attivo nel dialogo interreligioso e interculturale.