Troooppo giusto!

Autore: Enzo Braschi
Numero Pagine: 160
Dimensioni: 14 x 21
Prezzo: € 19,00
ISBN: 9788866235798

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Troooppo giusto!

“TRANQUILLI TRANQUILLI, SON SEMPRE IO…”

Troooppo giusto” nel lontano 1985 fu il primo tormentone inventato dal Paninaro della trasmissione di Italia Uno chiamata Drive In. Tormentone è quel modo di dire ripetuto da un attore comico in modo ossessivo, del quale a poco a poco lo spettatore si impossessa facendolo suo. “Il Paninaro”, per ammissione dello stesso Enzo Braschi, “fu il personaggio che dopo anni e anni di gavetta mi portò al successo, un successo che mi travolse, perché, e lo dico senza falsa modestia, fu davvero grande, ‘travolgente’ per l’appunto”.

Tanto tempo è passato ormai dagli anni Ottanta, dai giorni in cui nacque il “paninaro” e l’inimitabile programma Drive In. Anni che ci mancano, come dicono in tanti, per i nostri sorrisi sinceri, le nostre strette di mano, la nostra semplicità, e anche tanti volti che ci hanno lasciato per sempre. Non solo di gente comune ma pure di attori e cantanti famosi che ci hanno accompagnato sia con la loro gioia sia con la loro commozione.

In Troooppo giusto! si tornano a rivivere gli anni Ottanta, tante emozioni, ricordi, nostalgie di quello che eravamo a quel tempo.

«Il mio look fu imitato dai giovani di allora

al punto da diventare una vera e propria moda,

così come i miei “tormentoni” e neologismi:

tamarro, o truzzo, o tamarrino-ino-ino-ino, o tamarro galattico per

definire quelli che non erano paninari;

sfitinzie le donne, e cucadores chi ci sapeva fare con loro… »

Indice

Tempi duri

La “gavetta”

Una sera, appunto per “caso”

Il simile si cura col simile

Mi fa un autografo?

Potere della televisione

Nel Meridione…

In Sardegna invece…

Al Burghy di Piazza San Babila

Solo un controllo di “routine”

Un “paninazzo” king size

Sul cucuzzolo della montagna

Recitare per una colonna

Una meritata rivincita

La “Giostra dei Nasi”

Un mare di gente

Il “cibo degli dei”

Un’acqua così non ce l’aspettavamo

Una bomba

Portaceneri volanti

Un esercito di paninari

Il dito e il cane

Paninaro su vinile

Nemico del popolo

Rockabilly… Dark… Punk…

A colpi di lametta

Dark. Anzi: stra-dark

Non hanno capito neanche una parola!

“Italian Fast Food”

A parte gli scherzi? Al contrario

Che notte quella notte

“La notte vola”. E volò via…

Ringraziamenti

Leggi un estratto del libro

Una sera, appunto per “caso”

Era la sera in cui John Mayall si sarebbe esibito all’allora Cinema Universale, nella centralissima Via XX Settembre di Genova. Il biglietto d’ingresso costava una cifra che potevo permettermi nonostante le mie magre finanze e non era la prima volta che lo vedevo dal vivo, ma per rivederlo avrei saltato volentieri qualche pasto.

Stavo dunque dirigendomi all’Universale a passi spediti, quando alle mie spalle una voce che conoscevo assai bene mi apostrofò con queste parole, gravate da un inconfondibile accento genovese: – Belin Braschi, dove cazzo vai? –

Beppe Grillo.

Lui in persona, col quale avevo fatto anni di “gavetta” al Club Instabile, divenuto ormai famosissimo dopo avere partecipato in RAI alla trasmissione Fantastico e Te la do io l’America.

Grillo, genovese purosangue, mi aveva sempre fatto morire dal ridere. Era sufficiente che aprisse bocca per dire qualsiasi cosa gli passasse per la mente e spalancasse gli occhi che… che faceva ridere! Chiunque. Un dono. Un talento naturale. Ricordo una volta, entrambi seduti in una pizzeria sulle alture di Genova un’ora prima di salire sul palco dell’Instabile, dove io avrei fatto l’apertura e lui la chiusura della serata, che Beppe, con espressione costernata, mi disse: – Tu scrivi le tue cose, io vado a braccio… me lo dici cosa cazzo gli racconto stasera alla gente, che da una settimana vedo ogni sera le stesse facce? –

– Portati via il menù e leggiglielo. –

Scambiò con me un’occhiata interrogativa.

– Il menù? Gli leggo il menù? Ma cosa dici? –

– Io dico che li fai morire lo stesso dal ridere. –

Lo fece. Sì, di portarsi via il menù e di leggerlo al pubblico. Salito sul palco lo esibì a una marea di gente che ridacchiò incredula alla visione della lista dei cibi e dei vini e che poi scoppiò in una fragorosa risata quando Grillo esclamò: – Belin… non ho messo in bocca ancora niente e già pretendono mille lire di “coperto”! Di “coperto”? Siamo quasi in estate, fa caldo, io non lo voglio un plaid! Voglio una pizza, e non una pizza quattro stagioni, che costa troppo, al massimo una pizza primavera inoltrata! –

La sera di John Mayall, dunque, mi voltai e mi trovai Grillo alle spalle, che mi chiese se stessi andando come lui a vedere il concerto del grande bluesman inglese.

Prima di entrare mi domandò: – Come te la passi? –

– Benissimo! – risposi, – l’azienda per la quale lavoro mi ha messo in cassa integrazione a zero ore, vivo in un tugurio, ho il frigorifero vuoto, non ho una ragazza, e mi ammazzo a giugno. –

– Come sarebbe a dire che ti ammazzi a giugno? –

– Non so ancora in che giorno ma leggerai la notizia nella pagina di Cronaca dei giornali cittadini. Sei invitato al mio funerale. –

Dovetti essere piuttosto convincente, anche se mentivo, perché raramente vidi Grillo assumere un’espressione così seria. Comunque non disse una parola.

Entrammo al cinema Universale. E fu un concerto memorabile. Non solo a livello musicale, con Mayall e una band tra la quale spiccavano Mick Taylor alla chitarra, da qualche tempo uscito dai Rolling Stones, e John McVie dei Fleetwood Mac al basso, ma perché Grillo, che era stato riconosciuto da tutti, alla fine di ogni canzone se ne usciva con una battuta che scatenava la risata di tutti i presenti. Col risultato di lasciare perplesso John Mayall, che probabilmente si sarà chiesto cosa mai ci fosse da applaudire e poi ridere dopo ogni suo blues, che era tutto meno che allegro.

Usciti dal concerto, Grillo mi chiese di scrivere qualche battuta per lui, che due giorni dopo si sarebbe esibito al Casinò di Sanremo e che sarebbe venuto a prendermi sotto casa con l’auto. Cosa che feci, riempiendo due o tre paginette di battute e facendomi venire a prendere sotto casa dei miei genitori e non sotto casa mia per ovvi motivi.

Rammento che era il tardo pomeriggio di un giorno in cui aveva fatto molto caldo. Per l’occasione indossai un completo di canapa color tabacco acquistato qualche anno prima. La canapa, dicono, è un tessuto estivo fresco. Un tessuto estivo fresco che al contrario mi fece morire dal caldo! O forse fu la camicia a maniche lunghe e la cravatta che mi toglieva il respiro. Feci ripetere a Grillo le battute fino a che non le imparò a memoria e arrivammo a Sanremo. Entrai al Casinò ma non ci misi piede nel vero senso della parola, perché preferii starmene nelle sue cucine tra cuochi e camerieri, dove potevo respirare aria di persone normali e non di ricchi signori in smoking accompagnati da belle dame ingioiellate e con indosso decolletè firmati.

Divertii cuochi e camerieri con battute dal timbro sarcastico e amaro, al punto che una cuoca mi suggerì di fare anch’io il comico.

– Già fatto tempo fa ma non è andata bene. Meglio fare l’autore: il successo passa, quello che scrivi resta – mi limitai a dire.

Per Grillo, come sempre, furono campane a festa, una serata di grandissimo successo.

Una volta in auto Beppe decise di fare un salto ad Alassio, dove abitava Antonio Ricci, creatore e autore del Drive In, alla sua prossima seconda edizione.

Antonio non lo vedevo dai tempi dell’Instabile, dove si era esibito spesso come cabarettista di successo. Ne aveva fatta di strada, pensai rivedendolo.

Grillo, me lo confessò mesi più tardi lo stesso Ricci, gli aveva sussurrato in un orecchio di darmi una mano perché me la passavo talmente male che mi sarei ammazzato a giugno.

Antonio mi chiese se avevo mai visto qualche puntata della prima edizione del Drive In. Confessai di no, che non ne sapevo niente, che non avevo neppure il televisore. Lui proseguì ricordandomi che una volta ero “bravo” e che sarebbe stato disposto a farmi avere un provino.

– Non ho mai raccomandato nessuno e mai lo farò, ma se sei ancora quello che eri una volta potresti far parte della trasmissione. Preparati un personaggio, scrivi un monologo, imparalo a memoria, e vieni a trovarmi a settembre a Milano. –

Lo ringraziai, felice e spaventato allo stesso tempo.

– Non so se ce la farò… – dissi.

– Di cosa hai paura? – mi chiese.

– Delle telecamere, del pubblico in studio, del regista… di tutto insomma. Non ho mai fatto parte di un vero programma televisivo, solo qualche rara apparizione in televisioni “libere”… Ho paura. Preferirei fare l’autore. –

– Ma al Drive In abbiamo bisogno di attori – ribatté lui, – comunque sono suppergiù una trentina di puntate. Hai voglia a scrivere, dovrai fermarti per dei mesi a Milano. –

– Va benissimo, non ci sono problemi. Tempo ne ho quanto ne voglio. –

Era stato davvero provvidenziale l’incontro con Grillo. Era proprio vero il detto “non tutto il male vien per nuocere” dissi a me stesso percorrendo in autostrada la via del ritorno nel silenzio della notte, col mare della Riviera Ligure là sotto, e la luna piena e le stelle che brillavano alte nel cielo. Riflettei che forse non sarei stato più destinato a giorni bui ma a un qualcosa di meglio di quanto avevo immaginato fino al giorno prima.

Per scaramanzia non feci parola della cosa con nessuno, neanche coi miei genitori. Nell’estate del 1984 scrissi tutti e trenta i monologhi, quante le puntate della trasmissione, ma non saprò mai se erano buoni o da buttare via.

Mi spiego.

Il personaggio che avevo in mente era il clarinettista, dall’accento marcatamente piemontese, dell’orchestra spettacolo di ballo liSSio “Tony Pozzi e i suoi Scagnozzi”.

– Io non sono Tony Pozzi – mi presentavo nel primo sketch, – ragion per cui sono uno Scagnozzo! –

Quando in autunno mi presentai da Antonio Ricci con la cartellina contenente tutti i monologhi, lui la aprì e avvedendosi della cosa considerò che dovevo essere fuori di testa per averli scritti tutti.

– Mi sono portato avanti col lavoro – replicai.

Penso che avesse capito, dall’impegno mostrato, quanto sperassi che la cosa funzionasse e quanto me la dovessi passare male.

Lesse il primo monologo.

C’era questa battuta: “Ero lì, alla fine di un assolo di clarinetto, e mi arriva una rossa al fulmicrotone che mi dà un bacio in bocca da togliermi il respiro. Ho ripreso fiato e le ho detto: ‘Aspetta almeno che mi tolga il clarinetto dalla bocca!’.”

– Questa non è male – disse Antonio sorridendo.

Dentro di me gongolai ma mentalmente frenai il mio entusiasmo per evitare di illudermi: mi sembrava davvero troppo entrare a far parte del Drive In.

Finito di leggere Antonio disse: – Ora te lo devi imparare a memoria. –

– Ma… come ti avevo già detto, vorrei fare l’autore non l’attore. –

– Non vorrai mica che dica al produttore e al regista della trasmissione di leggere il monologo e darmi un loro parere… È meglio che glielo reciti tu di persona. –

– Certo… mi sembra più che logico. –

Si trattava ovviamente di una trappola. Antonio aveva in mente per me dell’altro. Ero ingenuo e ci cascai in pieno.

Così, dopo qualche giorno mi ritrovai davanti al regista e al produttore della trasmissione a ripetere a memoria quel monologo.

Il produttore, un uomo con ben vent’anni di teatro alle spalle, era un tipo alto e magro che veniva da Genova, la qual cosa mi confortò, perché pensai di “giocare” in casa. Aveva comunque l’atteggiamento di chi non fosse molto interessato alla cosa. Il regista della trasmissione, al contrario, una persona di media statura dalla corporatura robusta, aveva un’aria sorniona, l’erre moscia, e la sigaretta sempre in bocca, e mi studiava con attenzione.

Recitai il monologo sotto il suo sguardo attento. Alla fine lui disse: – Okay, è forte, lo prendiamo! –

Seguii Antonio nel suo ufficio.

– Sei contento? È andata bene, ti prendiamo, hai sentito anche tu. –

– Come autore? –

– No. Come attore. –

– Ma io… –

– Fidati di me, andrà tutto bene vedrai. –

Amavo le sfide ma quella di trasformarmi in un comico televisivo mi terrorizzava!

La mattina del giorno della registrazione, a Milano mi ci accompagnò in auto un amico che aveva un ristorante a Rapallo. Non avevo dormito un granché la notte precedente, ma nonostante avessi i nervi a fior di pelle ostentavo una calma invidiabile, anche se, mi confessò in seguito il mio amico, lo pregassi di continuo di stare attento a quell’auto che ci aveva tagliato la strada, o a quell’altra che rallentava d’improvviso, e via dicendo.

– Sei nervoso? È tutto sotto controllo… – mi rassicurò l’amico, ma io, tra il non togliere neanche per un attimo gli occhi dalla strada e il ripassare mentalmente e ossessivamente quanto avrei dovuto dire dopo poche ore davanti alle telecamere in uno studio televisivo, con un pubblico che studiava ogni mia mossa, e mille luci accecanti, continuavo a chiedermi se mai ce l’avrei fatta o se piuttosto non avrei fatto scena muta paralizzato dal terrore.

Arrivato finalmente agli studi televisivi mi venne incontro la sarta, Rina, una donna dal passo svelto, occhiali, capelli biondi a riccioli tagliati corti e uno spiccato accento veneto, che mi fece indossare gli abiti che avevo concordato con lei alcuni giorni prima: una camicia bianca con jabot, pantaloni beige a zampa d’elefante in stile anni Settanta, scarpe nere, e giacca più o meno color rosa di lamé con ampio colletto dai bordi bianchi. Un look che si confaceva perfettamente al clarinettista della mitica orchestra “Tony Pozzi e i suoi Scagnozzi”.

Mi guardai allo specchio reggendo un vero clarinetto tra le mani e risi. Pensai che facevo ridere. Portai il clarinetto alla bocca sollevando entrambi i mignoli delle mani. Pensai che la cosa faceva anche più ridere.

In studio di registrazione il regista si muoveva tra le telecamere, che erano tre. Mi fece provare lo sketch.

– La uno…dimmi questa battuta sulla uno! Quest’altra battuta me la dici sulla tre… Quest’altra sulla due. Guarda ancora sulla uno… rimani lì… –

Difficile memorizzare tutti i movimenti che dovevo fare a favore delle telecamere. L’adrenalina dovette aiutarmi perché non sbagliai mai e recitai il monologo “buono alla prima”, come si dice. Il regista era soddisfatto. Il pubblico, composto da ragazzi e ragazze, rise di gusto. Ero frastornato ma felice. Ce l’avevo fatta dunque.

Mica vero.

Dopo la seconda puntata, Antonio Ricci mi prese in disparte e mi disse che c’era un problema.

– Non sei piaciuto ai piani “alti” – mi confessò.

– Ah… E quindi? –

– Mi è stato detto di farti uscire dalla trasmissione. –

– Ti pareva che mi andasse bene! E tu cosa hai detto? –

– Che sei bravo e che resti. –

– E loro cosa ti hanno risposto? –

– Che te ne devi andare. –

– E tu cosa gli hai detto? –

– Che economicamente sei messo malissimo e hai bisogno di soldi. –

– E loro cosa ti hanno risposto? –

Confesso che ebbi l’impressione che stessimo recitando una parte imparata a memoria: quel botta e risposta mi parve grottesco e surreale.

– Che ti daranno una mano ma che comunque te ne devi andare. –

– Ecco! La mia carriera di comico finisce qui… –

– Ci ho pensato su e mi è venuta un’idea. –

– Cioè? –

– Ti camuffi per non essere riconosciuto. –

– Ma cosa dici? Spiegami. –

– “Tony Pozzi e i suoi Scagnozzi” lo accantoniamo e magari fai la parodia delle pubblicità più in voga: cambi look ogni volta, cambi voce, trucco… Non ti riconosceranno mai e si chiederanno chi sei senza capire, e rimani finché non troviamo il personaggio giusto che “sfondi”. –

Le cose andarono proprio così e funzionò al punto che mia madre una volta mi disse: – Hai detto che stai facendo il Drive In ma io ieri sera ho guardato tutta la trasmissione e non ti ho visto. –

– Ero la donna che faceva la pubblicità dello shampoo. –

– Oh! Eri tu? Sai che l’avevo presa per una donna vera? –

– Una donna coi baffi? – domandai sbigottito.

– Sai che non ci ho fatto caso? – aggiunse mia madre, – Sei davvero bravo! Non ti avevo riconosciuto. –

Recuperai il vecchio televisore in bianco e nero di famiglia, che i miei tenevano in cantina, e presi a guardare la trasmissione rendendomi conto che facendo quello che facevo non ce l’avrei mai fatta ad arrivare al successo, né ad essere notato da qualcuno vestendo panni anonimi e con un trucco che di volta in volta mi trasformava in un’altra persona… persino in una donna. La trasmissione andava in onda una volta alla settimana, la domenica sera, su Italia Uno. Se non avessi avuto un look e un modo di parlare che “usciva” dal video per entrare nella mente degli spettatori e restarci dentro, non ce l’avrei mai fatta. In gergo si chiama “tormentone” quella cosa che un attore comico ripete e ripete fino a che lo spettatore se ne impossessa facendolo suo. Look e “tormentoni”, oltre che, beninteso, testi che lascino il segno, creano il “personaggio”. Io, a fare quello che facevo, ero un semplice “caratterista” o attore “brillante” che quel segno non l’avrebbe mai lasciato. Punto e basta. Tra l’altro, parodiando le pubblicità, non facevo a tempo a mettere la faccia in video che già ero uscito di scena. Una sera cronometrai la mia più lunga partecipazione alla trasmissione: ben diciotto secondi! Brindai al mio “trionfo” con una coppa di spumante Riccadonna che tenevo in frigorifero per le grandi occasioni.

Dopo il Natale del 1984 espressi la mia volontà di lasciare il Drive In.

A malincuore.

Dall’altra parte del telefono Antonio Ricci mi disse che capiva e se ne rammaricava, ugualmente a malincuore.

Fu qualche tempo dopo, verso le due del mattino, che squillò il mio telefono. Ero a letto ma non dormivo. Non stavo facendo meravigliosi sogni di gloria a occhi aperti. Pensavo, o per meglio dire componevo lugubri scenari su come me la sarei cavata con quattro soldi in tasca, immerso in un’“appagante” solitudine e nessun roseo futuro all’orizzonte.

Al telefono era Antonio Ricci. Con voce bassa, direi flautata, vista l’ora, domandò: – Dormivi? –

Stavo per rispondergli che stavo facendo esercizi ginnici coi manubri per potenziare i miei bicipiti, visto che avevo una palestra in casa… e invece risposi che no, che ero sveglio.

– Alcuni giorni fa sono passato davanti a un bar di Milano e c’erano dei tipi strani con la giacca da sci, blue jeans col risvoltino alla Fonzie di Happy Days, e delle scarpe che non avevo mai visto prima, scarpe tipo… ortopedico. –

– Ortopedico? – ripetei.

– Vero che è strano? Giocavano a flipper e mangiavano dei panini… Io fossi in te ci farei un salto, ci andrei a dare un’occhiata. –

– Dici? –

– Non so… magari ci viene qualche idea. –

– Non ho i soldi per il treno Intercity Genova-Milano. –

– Ti faccio un vaglia – disse prontamente, e sapevo che stava ridendo.

– Coi tempi che hanno le nostre Poste invecchio prima che mi arrivino i soldi. Li chiederò a mia madre come sempre. – […]

Chi è Enzo Braschi

Enzo Braschi, dopo la laurea in Filosofia con una tesi sulla spiritualità dei Nativi americani delle Grandi Pianure, si dedica al mondo dello spettacolo divenendo un apprezzato attore televisivo e cinematografico. Autore di vari documentari sugli Indiani d’America, dal 1996 al 2003 prende parte alla Danza del Sole – la cerimonia più sacra dei Nativi.

Per Verdechiaro Edizioni ha pubblicato La conoscenza segreta degli Indiani d’America, Mi chiamo Bisonte Che Corre, Io ricordo, Diario di un sognatore e i romanzi Oltre, La dea dei golosi, L’ultima donna, Di Terra e di Luce, Il sangue non dimentica, Semi di stelle, Zimba.