Per trasformare e vivere in armonia la relazione con il cibo e il proprio corpo
Nutrire l’anima vuole essere un messaggio forte di speranza, un mezzo di approfondimento, una denuncia sociale per tutti e tutte coloro che hanno avuto e ancora hanno una relazione conflittuale con il cibo e con il proprio corpo. Ma vuole anche essere un aiuto per coloro che sono vicini a queste persone e un mezzo di sensibilizzazione per quelli che ancora non sanno che tali problemi possono portare a difficoltà evolutive e in alcuni casi alla morte.
Viene trattato il tema dell’adolescenza e di quanto il cibo durante questo momento della vita di un ragazzo o di una ragazza diventi veicolo di rimostranze fino a diventare patologia. E su questo si sofferma in modo particolare riportando vissuti e storie, per dare loro valore, perché in ognuna di esse vi è un messaggio importante per tutti.
Con questo libro l’autrice intende offrire una riflessione più approfondita riguardo a tale tipo di malessere, un punto di vista che tenga in considerazione non solo il dato clinico, ma soprattutto le dinamiche che sono all’origine del disturbo e al significato in termini di storia familiare, sociale e filosofica. L’obiettivo è quello di poter quindi essere compreso da tutti, anche dai non addetti al settore.
La prima parte dell’opera è dedicata a riflessioni maggiormente teoriche, mentre la seconda vuole offrire una breve panoramica sugli strumenti che molto spesso si possono utilizzare in terapia con l’aiuto di professionisti.
Indice
Prologo
Prefazione
Nota dell’Autrice
Perché non parleremo di diagnosi di disturbo della nutrizione e dell’alimentazione
Introduzione
Parte Prima
I. Un arduo passaggio
Uno sguardo alla “muta”
Trasformazione o cambiamento?
II. Il peso del dolore
La bilancia: strumento e simbolo di un cambiamento
Gli effetti della restrizione alimentare
III. “Non di solo pane…”
Il cibo e le sue valenze simboliche nel ciclo della vita e della morte
Una storia: Denise e il bisogno di nascondersi
IV. Lo specchio tra immagine e riflesso
Il selfie. Uno specchio interattivo e flessibile!
V. Pollicino
VI. La stagione dell’amore
VII. Quando il corpo diventa un’armatura
Quando la neve si scongela. Il trauma e le sue conseguenze
VIII. Oltre la clinica
IX. Quale dio per la mia anima?
Parte Seconda
I. Nella scatola nera del sintomo
II. La risposta è nella domanda
III. Il movimento body positive
IV. Mindful eating e intuitive eating
V. Tra genetica e apprendimento
VI. Muovere il dolore per riscrivere le memorie
Riflessioni
Ringraziamenti
Bibliografia
Leggi un estratto del libro
Prologo
Attraverso decenni di pratiche cliniche e di ricerca nel campo dei disordini alimentari, ho visto la profonda complessità e il profondo dolore dietro queste malattie, e la straordinaria possibilità di guarigione. I disturbi alimentari non sono semplicemente una difficoltà con il cibo o l’immagine del corpo; sono disturbi seri, biologicamente basati su disordini mentali, sorti dall’interazione vulnerabile tra fattori genetici, neurobiologici, psicologici e ambientali. Toccano gli strati più profondi dell’identità di una persona e del suo sviluppo, particolarmente durante l’adolescenza: un momento in cui la vita richiede coraggio, autenticità e resilienza.
Ho visto come i disturbi alimentari comincino spesso negli spazi invisibili tra paura e desiderio e non riguardano semplicemente, come detto, il cibo o il peso, ma sono un grido profondo per il senso di appartenenza, la ricerca di un luogo sicuro quando la vita sembra soffocante, una ribellione silenziosa contro ideali impossibili.
Oggi siamo di fronte ad una sfida urgente: come ritrovare la fiducia nei nostri corpi, come riuscire a sentire la fame dello spirito che sta sotto il rumore del giudizio e della perfezione. Agli adolescenti, in particolare, viene chiesto di crescere in un mondo che dice loro costantemente che non sono abbastanza – non abbastanza magri, non abbastanza forti, non abbastanza belli. Tuttavia, in ogni giovane esiste una saggezza, un barlume di resilienza che, se nutrito, può fiorire in una vita di autenticità e speranza.
In Nutrire l’anima, Anna Scelzo offre ai lettori un viaggio ispirato e compassionevole del panorama emotivo che spesso è accompagnato da difficoltà con il cibo e il corpo. Attraverso le sue riflessioni e il ricco linguaggio metaforico di fiabe come Biancaneve e Pollicino, ci ricorda che dietro ciascun disturbo alimentare c’è una storia; una storia non solo di sofferenza, ma di sopravvivenza, di desiderio e del bisogno umano di essere visto, compreso e creduto.
L’approccio di Anna risuona profondamente con la comprensione scientifica contemporanea: guarire non riguarda meramente il controllo del sintomo, ma piuttosto ristabilire la connessione con sé stessi, con gli altri e con la vita. Nelle sue parole e immagini, troviamo un invito ad andare oltre le rigide etichette diagnostiche e a vedere invece la persona di fronte a noi: la sua paura, le sue speranze, il suo potenziale.
In un momento in cui la società amplifica ideali irraggiungibili di perfezione e riduce i corpi ad oggetti di critica, Nutrire l’anima si erge come un delicato e coraggioso atto di resilienza. Riporta alla mente che guarire non è solo possibile: è reale. Il cervello sa rigenerarsi. Le vite possono essere ricostruite. Con un intervento sul nascere, una cura basata sulle evidenze e la salda presenza di un supporto compassionevole, gli individui possono reclamare la loro dignità, la loro vitalità e il loro futuro.
L’integrazione che fa Anna di letteratura, psicologia e prospettive culturali omaggia la complessità dei disturbi alimentari e individua ciò che anche la scienza ci insegna: la guarigione non è un percorso lineare. Richiede tempo, fiducia e un profondo rispetto della narrazione unica di ciascun individuo. Richiede che si veda oltre i comportamenti di un’anima che combatte per trovare la sua voce.
In queste pagine, troverai saggezza, vulnerabilità e speranza. Ti verrà ricordato che nutrire il corpo è essenziale, ma nutrire l’anima è altrettanto vitale. Curare richiede il coraggio di accompagnare gli altri attraverso la loro oscurità, avendo fiducia che anche le parti più ferite di noi stessi possono rigenerarsi.
Grazie Anna per averci donato questo viaggio così necessario – un viaggio di anima, di scienza e di speranza.
Con profondo rispetto e ammirazione,
Eva Ma. Trujillo Chi Vacuán
Medico, esperto di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione, Presidente dell’IAEDP, USA, e direttore della clinica per il trattamento, la ricerca e la prevenzione dei disturbi alimentari Comenzar de nuevo, Messico.
Prefazione
Una recente ricerca di mercato ha messo in luce che più di un terzo dell’enorme movimento economico pubblicitario ruota attorno al tema del cibo.
Il nostro paese ha un’identità conosciuta nel mondo come luogo del “bel vivere” per natura, paesaggi, arte e cucina.
L’industria agroalimentare offre produzioni di qualità apprezzate in tutto il mondo.
L’“Italian living style” è un modo di essere per distinguersi all’interno di molte società.
Il cibo è presentato come mezzo attraverso il quale guarire: ci sarebbe un cibo sano che avrebbe non solo funzioni preventive, come si sa, ma anche terapeutiche, ci sarebbe un cibarsi che modella il corpo e gli consente di poter essere quello che si desidera. Cibarsi è poi un modo per socializzare, uno stile di vita di quel che si intende la “bella vita”: incontrarsi, divertirsi, amarsi.
Le televisioni offrono una vastissima quantità di trasmissioni che hanno il cibo a loro fondamento; quelli che sono considerati grandi chef hanno un ruolo sociale crescente, sono star famose e utilizzate come testimonial per promuovere prodotti anche in altri campi.
Vi è una tale famelicità di esposizione di ricette e di piatti cucinati che inonda pubblicità e social. Fotografare quel che si sta mangiando è il tema più utilizzato dai frequentatori dei social col gusto di far vedere quale furbizia essi stiano facendo mangiando quel piatto che vogliono esibire.
C’è un’ubriacatura sociale sul cibo.
Tale è l’esposizione che gli effetti indotti di produzione di disordini rispetto al rapporto col cibo inevitabilmente aumentano. Come infatti ci ha ben chiarito l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute mentale è una costruzione che partendo dalla tastiera genetica sviluppa una musica personale sulla base dei fattori e delle interazioni che si intrattengono con essi. Come spiega Gary Marcus, neuroscienziato di fama, dalla genetica riceviamo il menù ma con le interazioni diventiamo una ricetta.
È chiaro, perciò, che l’influenza del tema cibo e nutrirsi rispetto all’organizzazione di personalità ha oggi un’incidenza più rilevante di quanto non avesse un tempo.
Di fronte a tanto clamore per non essere disorientati c’è bisogno di pensiero. La capacità di mettere le parole giuste sulle esperienze è il modo attraverso il quale il soggetto impara a gestire l’ansia. Mettere le parole giuste al posto giusto dà un senso di chiarezza che permette di godere di una sicura calma interiore. Ce n’è molto bisogno; in tanta turbolenza comunicativa ne hanno bisogno i giovani che crescono esposti a richieste spesse volte per loro umilianti, ne hanno bisogno i genitori che si trovano a confrontarsi con figli che crescendo inevitabilmente si pongono i temi della propria immagine corporea e del proprio stile di vita, ne hanno bisogno tutti coloro i quali svolgono funzioni educative e tutti coloro i quali si occupano di politiche sociali. Il libro di Scelzo, meritoria rappresentante della Associazione internazionale degli operatori dei disturbi dell’alimentazione (IAEDP) è un aiuto prezioso per tutti costoro.
Essendo l’argomento “cibo” inserito in ogni contesto sociale, economico, lavorativo, educativo, politico, il testo spazia in ogni ambito culturale raccogliendo da diverse discipline, da autori di diverso orientamento superando le distinzioni, a volte miopi, che irrigidiscono all’interno di un modello, che è poi solo un’ipotesi della mente, una teoria. Raccoglie intuizioni che provengono dai campi della medicina come della psicologia umanistica come della religione, della sistemica, della psicanalisi.
La lezione di Arnold Lazarus ci ha permesso di capire che di fronte alla complessità dell’organizzazione della mente e del funzionamento umano qualsiasi irrigidimento rappresenta una semplicistica mortificazione mentre c’è bisogno di un approccio globale metateorico capace di integrare letture di diverse discipline e applicare diversi modelli: è quello che fa questo libro.
D’altronde non poteva essere diversamente da chi richiama sovente la lezione di uno dei più grandi psichiatri italiani del Novecento italiano, per quanto pochissimo citato nelle letterature perché ha lasciato pochi testi scritti e mai in inglese e perciò mai indicizzati, catalogati all’interno delle banche dati a cui oggi ogni ricercatore si rivolge. Eppure, Roberto Assagioli ha saputo anticipare un concetto di accoglienza globale del soggetto, un’attenzione centrata sul paziente prima di Carl Rogers, una apertura ad accogliere qualsiasi tecnica purché validata ed efficace per quello specifico problema della persona che si incontra in seduta. Assagioli ha fondato la Psicosintesi, sintesi delle diverse parti del soggetto, oggi diremmo integrate in un approccio olistico centrato sul paziente, e sintesi fra scuole e pratiche differenti, che oggi chiameremmo trans-teorico, multimodulare.
È un grande problema del nostro paese quello di non riuscire a far percepire l’apporto cruciale dato da molte persone, scienziati e artisti italiani, allo sviluppo della cultura internazionale. Troppo spesso una malintesa scienza riferisce solo quanto può apparire all’interno delle banche dati internazionali trascurando apporti che avvengono al di fuori del dominio anglofono, in maniera scientifica, cioè, raccolti seguendo il metodo basato sulle evidenze, ma in altri domini linguistici.
Quanto questo predominio consuma, perdendolo, il pensiero scientifico? Il nostro paese, la nostra lingua, è tra quelli penalizzati.
Nell’apertura universale fa bene Scelzo a riferirsi alle religioni comprendendo che il fondo della costruzione dei nostri linguaggi si radica nella tradizione e accogliendo sia le risorse che i limiti delle conoscenze scientifiche che, per quanto accrescano il proprio patrimonio conoscitivo, continuamente sono, e sempre probabilmente così saranno, avvolte in un mistero le cui dimensioni risultano insondabili.
L’apporto della spiritualità alla terapia è oggetto di attenzione da parte delle associazioni professionali più qualificate e delle organizzazioni sanitarie più autorevoli. Ricordo che nel recente congresso mondiale sui disturbi da uso di sostanze, organizzato dall’ONU, tenutosi a Nairobi (7-11 dicembre 2018) vi è stato un contributo redatto da Vincenzo Sorce su “Il contributo della spiritualità al trattamento delle persone affette da dipendenza patologica”.
Questo approccio globale si misura con le molte facce dei problemi e dei disturbi che possono accadere nei rapporti con il cibo. Toglie i veli a chi, impossessatosi della materia istituzionalmente, se ne approfitta per trasformare i bisogni umani in tornaconti istituzionali ed economici. No; il tema è di tale vastità e di tale complessità che è un problema di tutti ed è un problema per tutti. Non può essere appaltato a chicchessia, neppure fosse il più competente specialista.
Fa molto bene l’autrice a mettere in rilievo quanto anche le definizioni tecniche meno contestate siano insufficienti di fronte alla gravità e complessità dei fenomeni. Ad esempio, il BMI (Body Mass Index, ovvero l’Indice di massa corporea) è troppo spesso utilizzato come strumento di giudizio per sé e nei confronti degli altri, per potere valorizzare o umiliare l’espressione corporea propria o altrui. Come indicatore a sé il BMI è assolutamente insufficiente, non si fa diagnosi con il solo BMI. Così come sono insufficienti le diagnosi emesse secondo i modelli nosografici prevalenti e che utilizziamo continuamente nella nostra pratica clinica e nella ricerca. Sotto il profilo della formulazione di un piano assistenziale appropriato, adeguato a quelli che sono i bisogni della persona che si incontra nei nostri studi, emettere una diagnosi secondo il DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) o l’ICD (la classificazione internazionale delle malattie, incidenti e cause di morte – classificazione stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità – OMS) è assolutamente insufficiente. Non vi è nessuna possibilità di tradurre quello schema diagnostico in un piano assistenziale; è un’opera molto più complessa e più ricca che richiede capacità analitiche molto più estese come ben si evince dalla lettura di questo libro.
Ed è inevitabile che in una tale sovralimentazione di stimoli legati al cibo e in una pressione sociale ancor più vasta che chiede al soggetto una continua prestazionalità esibita in un teatro sociale ormai senza confini geografici grazie alla comunicazione del virtuale, sì, è inevitabile che si scatenino le forme appetitive più grossolane, più maestose e più incontenibili, quelle sorrette dal craving che sottostà alla food addiction.
L’esistenza di ogni individuo comincia con una separazione: l’unità originaria che c’era nel ventre materno si rompe irreversibilmente con la nascita. Ne deriva una nuova realtà: quella “oggettuale”. L’oggetto, l’Altro da sé, segnala la mancanza.
Il cibo, ineludibile fonte di sostentamento, non è più garantito nell’unione simbiotica con la madre, ma arriva a un soggetto bisognoso, che lo desidera, da chi può esserci, ma può non esserci.
Viviamo un’epoca zeppa di falò della vanità. Freme la frenesia alla spasmodica ricerca di un altrove che non c’è mai, di un futuro che non esiste, non è pensato; deve esserci e basta, adesso, subito. Non si può tollerare di esserne senza, lo si vuole ad ogni costo, ecco cosa è il craving: desiderio bruciante ed incontenibile. Il cibo è un oggetto seducente che può diventare droga.
Nizzoli Umberto
Già presidente della Società Italiana Disturbi del Comportamento Alimentare, SISDCA
Presidente dell’AED (Academy of Eating Disorders – l’Accademia per i Disturbi dell’Alimentazione) Italia
Chi è Anna Scelzo
Anna Scelzo è psicologa-psicoterapeuta ad orientamento junghiano e si occupa da più di vent’anni di disordini alimentari.
Ha tenuto diversi corsi di formazione in ambiti che vanno dalle dipendenze (alcol, sostanze, gioco d’azzardo, internet, disturbi d’ansia, depressione etc.) ai disturbi del comportamento alimentare.
Ha partecipato a convegni sia in Italia che all’estero condividendo il lavoro che svolge quotidianamente con i suoi pazienti e ha ricoperto la carica di presidente della sezione italiana dell’IAEDP (International Association of Eating Disorders Professionals – USA).
Il suo obiettivo è quello di aiutare le persone a sviluppare maggiore consapevolezza e senso critico riguardo a temi come quello del rapporto con la propria immagine corporea che sono condizionati da falsi miti e stereotipi.