Mario Pincherle nei ricordi di sua figlia
Prefazione di Gabriele Policardo
In questo romanzo biografico, Ada, figlia di Mario Pincherle, racconta gli anni vissuti insieme al padre nella grande casa di famiglia, svela gli episodi laceranti che ne hanno formato il pensiero e l’opera, ricorda i momenti d’amore capaci di unire, di portare a compimento l’incompiuto.
Le parole di Mario tornano potenti ad unire padre e figlia, diventando il ponte tra visibile e invisibile: “Lo spirito è come un filo che passa attraverso le tante perle di una collana, Ada. Così, tanti fatti accaduti nel tempo in realtà sono un fatto unico che non scompare. Tutto ciò che è stato è ancora in atto. Il passato esiste ancora e
continua a effondere i suoi effetti. Bisogna arrivare all’origine dei problemi, al come si manifestarono nel mondo la prima volta, per riscriverli, cambiarli e trasformarli. Ogni trasformazione è possibile a patto che non si agisca con egoismo. Solo l’azione del cuore è capace di dare vita a una nuova realtà.”
Indice
Ringraziamenti
Prefazione
Presentazione
I – La casa del padre
II – Le eredità del cuore
III – Restauro
IV – Ricordi di Maurizio
V – Ricordi di Roberto
VI – Raudive e la psicofonia
VII – Michelangelo
VIII – L’iniziazione
VIIII – Marina
X – Mamma e Giuliana
XI – Il teatro
XII – Chiedi e ti verrà dato
XIII – Angelo
XIIII – La Grande Piramide
XV – Nardo
XVI – Il compleanno
XVII – Ultimo desiderio
XVIII – Ugo
XVIIII – L’archeologo francese
XX – Sargon
XXI – Cambiamento epocale
XXII – La verità
Bibliografia di Mario Pincherle
Leggi un Estratto del libro
XIIII
La Grande Piramide
I colori del tramonto si riflettevano sulle acque del Nilo. In gobba ai dromedari iniziammo a scendere lungo un declivio arso dal sole. Io ero l’ultima della carovana. Il mio animale aveva una gualdrappa ornata di merletti d’oro che spuntava sotto la sella fissata al dorso. Una corda legata al collo gli faceva da briglia. Approfittando della distrazione del piccolo beduino che la teneva, all’improvviso il dromedario si liberò e fuggì, inoltrandosi in una landa dai colori tenui. L’unico a vedermi scomparire fu il bambino che mi lanciò un’occhiata ma non disse nulla. Preoccupata per quell’improvviso allontanamento chiamai gli altri, senza che nessuno mi sentisse.
L’animale lasciò il sentiero, accelerò il passo e corse via tra le sabbie del deserto.
Come spiriti liberi io e lui vagammo su dune morbide, scivolando nei tratti scoscesi e inerpicandoci su quelli più ripidi. I miei respiri caldi, soffocati da un foulard che mi copriva la bocca, sbuffavano inquieti. Il vento sollevava il mio vestito bianco, leggero, la polvere rosa si appiccicava ai miei capelli, entrava negli occhi che faticavano a vedere. Mi aggrappai alla gobba dell’animale, per non cadere. Lui, incurante della mia presenza, continuò a correre sulla sabbia asciutta, attraverso corridoi disseminati da cespugli bassi, secchi, e io, stanca, smisi di chiamare aiuto. Tacqui, sperando che il suo piano mi includesse, che avesse una meta a cui indirizzare tutte quelle forze e non vedesse l’ora di arrivarci.
«Affidati Ada», mi dicevo, perché la paura non si impossessasse del mio corpo. Sapevo di dover raccogliere tutte le mie forze per rimanere ancorata sul suo dorso, attenta ai sobbalzi che minacciavano continuamente una mia caduta. Il sole era tramontato, il cielo chiaro era già un manto di stelle quando arrivammo nel piccolo villaggio beduino meta della nostra escursione. L’animale si fermò accanto a un’altra bestia che dormiva sfinita. Gli si sdraiò accanto. Da quell’altezza potevo finalmente scendere e lo feci piano, tremando indolenzita. Ero in un altro mondo: grotte scavate in una grande roccia, dromedari, tende, panche di legno, sedili di pietra, lumi a olio accesi uno accanto all’altro. Quattro uomini fumavano un narghilè appoggiati a un muro di sassi. Una caffettiera ricoperta di specchietti ribolliva su un fuoco di sterpi. Stavo per avvicinarmi a quel gruppo di uomini quando vidi Roy correre verso di me. Fu un gran sollievo.
Quest’avventura vissuta in Egitto fu la prima cosa che raccontai a mio padre al ritorno in Italia.
«Che storia incredibile Ada, dovresti farci l’incipit di un libro», mi disse.
«Ma che dici papà! Qui lo scrittore sei tu!»
Mi piaceva il suo modo di scrivere, aveva la capacità di rendere semplici gli argomenti complessi. Possedeva il dono della parola: che fosse scritta o parlata la usava senza appesantimenti, mettendosi sempre nei panni del lettore o dell’ascoltatore. Anche gli argomenti più ostici, difficili per la loro natura fisica o tecnica, erano resi naturalmente intuitivi durante le sue conferenze. Amava raccontare la storia del suo primo viaggio in Egitto, quando, nel 1964, per la prima volta entrò nella Piramide di Cheope.
Nel suo libro La Grande Piramide e lo Zed descrive il momento in cui, varcando la soglia che conduce alla Camera del Re, improvvisamente e inspiegabilmente fu scosso da singhiozzi invisibili e da un’accelerazione del battito del cuore. Credo che quel momento avesse dato inconsciamente il via a un nuovo ciclo della sua vita.
Quel viaggio fu per lui l’anno zero. Il suo tempo da quel momento fu diviso in due cicli: il ciclo dei quarantacinque anni precedenti l’ingresso nel tempio del Sole e il ciclo dei quarantotto anni successivi a quell’ingresso. Quel giorno, ancora turbato dall’emozione, nel guardarsi attorno osservò che le pareti della grande sala in cui si trovava erano di dimensioni enormi, formate da grandi blocchi di granito. Si domandò, come generalmente si domanda un archeologo o un ingegnere, come fosse stato possibile portare quegli enormi blocchi a tanta altezza. Rientrato in Italia cominciò a occuparsi di quel mistero.
Si concentrò sul metodo di costruzione della Grande Piramide nel cui interno, però, intuiva esserci un altro mistero molto più grande. Aiutato da un passo di Erodoto, riuscì a risalire al meccanismo di sollevamento dei monoliti di granito:
Questa piramide fu costruita così, a gradinate […] sollevavano le pietre […] con macchine formate con legni corti, alzandole da terra fino al primo ordine di gradini. Quando una pietra era stata issata su questo gradino veniva sollevata sopra un’altra macchina che si trovava sul primo gradino e da questa era tratta al secondo ordine e posta su un’altra macchina, che quanti erano i gradini tante erano le macchine; oppure trasportavano la stessa macchina, che era una sola e facile da trasportare, su ciascun ordine.
Ricordo perfettamente il giorno in cui, inaspettatamente, di fronte al disegno che fece della sezione longitudinale della Grande Piramide si rivelò ai suoi occhi una forma familiare. Davanti a me e a mia madre, aveva srotolato sul tecnigrafo quella grande rappresentazione grafica dove i due tipi di materiali da costruzione erano colorati con due tinte diverse. Così, nel cuore della Piramide, veniva chiaramente fuori il profilo di uno dei più importanti simboli dell’antico Egitto: il pilastro di Osiride, l’asse del mondo, lo Zed.
Le vetrine del museo del Cairo e di tutti i negozi di souvenir erano piene di quegli amuleti. Ce n’erano di tutti i materiali e di tutte le grandezze. Da alcuni spuntavano due braccine che reggevano la sferza e lo scettro, altri avevano un cappello a forma di torre, altri ancora un piedistallo fatto a più livelli, particolare che non gli sfuggì e che gli fece pensare alla più antica delle piramidi egiziane, quella di Zoser a Saqqara, detta anche Piramide a Gradoni. Poteva essere stata il basamento dello Zed? Sentì l’urgenza di indagare, andando a esplorare lo Zed personalmente.
Nell’inverno del 1974 papà, Maurizio e Roberto partirono da Ancona per l’Egitto con un gruppo di pionieri della nuova archeologia. Arrivarono con la piccola nave Orfeus nel porto di Alessandria e da lì, a bordo di un vecchio taxi anni Quaranta, percorsero la strada per il Cairo con i finestrini aperti sulle tre piramidi di Giza che gradualmente si delineavano all’orizzonte. Raggiunsero la Grande Piramide nel pomeriggio del giorno di Capodanno. Vi entrarono. Salirono il corridoio ripido e bassissimo, poi alto e immenso, e arrivarono allo Zed attraverso l’accesso basso che immetteva nella Camera del Re. Fu lì che papà capì con chiarezza che la Grande Piramide non poteva essere stata la tomba del faraone. Pensò che quell’immenso monumento dovesse avere avuto un’altra funzione, forse quella di proteggere un’antichissima torre antidiluviana: lo Zed, appunto, «ancoraggio del cielo alla terra».
Nel suo libro sulla Piramide mise in evidenza che la costruzione venne fatta con due materiali diversi, uno estremamente povero e l’altro estremamente ricco. Esternamente, infatti, la piramide è costituita da blocchi di pietra calcarea di un metro cubo l’uno, di fattura poco pregevole. È noto che, fino a pochi secoli fa, esisteva anche uno strato esterno di rivestimento che fu asportato e utilizzato dagli arabi per abbellire le loro moschee. Internamente, invece, la parte che corrisponde allo Zed è costituita da meraviglioso granito, perfettamente levigato. Di granito erano gli enormi monoliti della Camera del Re situata nel cuore della Piramide; di granito era la vasca a forma di parallelepipedo rettangolo che ricorda un sarcofago o un’arca; di granito era il piano intermedio corrispondente al livello della cosiddetta “Camera della Regina”; e di granito erano i piani superiori su cui furono edificate verticalmente quattro camere vuote, chiuse, profonde, oscure e molto basse, tanto che per entrarci è necessario mettersi a carponi.
Papà calcolò con cura quali potessero essere le misure dello Zed, tenendo conto delle dimensioni delle quattro camere basse che sovrastano la Camera del Re, e arrivò alla conclusione che la base misurasse 9,5 per 18 metri circa. Dopo essere riuscito a farsi rilasciare un permesso per salire sulla sommità della Piramide a Gradoni di Saqqara, con grande coraggio la scalò e constatò che lo spiazzo sulla cima misurava proprio 9,5 per 18 metri. Questa correlazione lo portò a credere che lo Zed fosse una torre antidiluviana che prima di venir rinchiusa nella Grande Piramide aveva fatto imponente mostra di sé sulla sommità della Piramide a Gradoni, che ne era il basamento. Aveva letto nel Libro dei Morti dell’antico Egitto che raddrizzare lo Zed simboleggiava la resurrezione di Osiride, il suo ritorno. In Geremia 43:9-13 è scritto: «Egli [Nabucodonosor – Sargon, nda] porrà il suo trono sopra il pilastro che io ho fatto nascondere».
Riprese la lettura di Enoch, di Abramo, del Vecchio Testamento, di Erodoto e di altri antichi testi sapienziali per approfondire le sue ricerche.1
Una delle esperienze più singolari che fece in Egitto fu quella all’interno della Camera del Re. Durante l’ora del tramonto, si sdraiò nel sarcofago dicendo ai suoi compagni di viaggio di lasciarlo solo. Quando li rivide, raccontò che lì, in quell’Arca, si erano accese antiche memorie che gli avevano fatto «toccare l’Eternità». Papà notò che entrare nella Camera del Re procurava a molti visitatori uno strano stato di commozione. Sembrava una sensazione legata alla percezione del tempo, un vero e proprio disorientamento temporale che si intensificava dentro al sarcofago. Aveva letto dell’esperienza che l’archeologo inglese Paul Brunton aveva vissuto, passando la notte nella Grande Piramide. Dai primi momenti in cui restò solo, Brunton sentì una forte emozione, incominciò a percepire alterazioni dello stato psichico, accompagnate da manifestazioni dispercettive che lo portarono fino al punto di sentirsi morire e vedersi, subito dopo, morto all’interno del sarcofago. Gli apparvero, in una visione intima a occhi chiusi, spettri di nebbia che aleggiavano nella stanza e ombre gigantesche e paurose che sembravano uscire da un regno infernale. Poi, improvvisamente, le figure svanirono e presero ad avanzare verso di lui due sagome luminose ammantate di bianco. Infine, ebbe l’esperienza di uscire dal corpo e si trovò a volteggiare lungo il soffitto potendo vedere sé stesso, immobile, seduto sul pavimento. Quando il mattino dopo uscì dalla piramide era in uno stato di apatia totale, come se fosse stato sotto l’effetto di una droga. […]
1 Il resoconto dettagliato delle sue scoperte in Egitto è riportato nel libro La Grande Piramide e lo Zed edito da Macro Edizioni.
Chi sono Ada e Mario Pincherle
Ada Pincherle si è dedicata allo studio della psicologia transpersonale e della psicogenealogia.
Mario Pincherle (Bologna 1919 – Bientina 2012). Ha fatto studi classici. Si è laureato in ingegneria. Scrittore, poeta, archeologo, paleotecnologo, indagatore del pensiero. Ha smascherato grandi falsi storici e tradotto fondamentali testi dell’antichità. È stato uno dei più attivi ricercatori italiani delle antiche civiltà e ne ha spiegato i misteri.
È lo scopritore dello Zed nascosto nella Grande Piramide di Cheope.
Ha rivelato i 22 Archetipi, strumenti con i quali Dio ha progettato e dipinto l’Universo.
Studioso instancabile, ha tradotto Il Quinto Vangelo di Tommaso, tratto dai manoscritti del Nilo. Nel corso della sua lunga vita ha tenuto un gran numero di conferenze e pubblicato oltre settanta libri.