Fai rivivere l’Indiano che è in te
Il cerchio senza fine ci offre un quadro dell’“Indianità” vista finalmente dalla parte dei vinti, e non da quella di antropologi o storici appartenenti alla cultura dominante.
Oltre a riportare i dolorosi fatti storici che segnarono la fine della cosiddetta “epopea del Far West”, il testo contiene la descrizione della prima di sette Danze del Sole dei Lakota sioux, tenutasi nella Riserva di Cheyenne River (Sud Dakota), cui l’autore prese parte dal 1996 al 2003, nonché le condizioni di vita dei Nativi, e quant’altro ci aiuti a comprendere quanto sia diverso il nostro modo di intendere la vita rispetto al loro.
I Nativi non sono estinti, non si trovano nei musei o nelle bacheche della Smithsonian Institution. Al contrario: non solo sono vivi e lottano più che mai affinché la loro voce possa farsi udire fuori dalle riserve e dai ghetti urbani entro i quali i bianchi li hanno segregati, ma ci offrono il frutto di un’antichissima cultura altamente spirituale. Questo nel momento in cui i “vincitori” si trovano ad assistere al frantumarsi di tante delle loro certezze fino a poco tempo fa ritenute incrollabili.
«In un mondo dove è stato spezzato l’equilibrio tra Natura e Uomo, l’Autore ci invita a farlo rivivere, perché sicuramente attorno a noi c’è ancora il Grande Spirito che aspetta di sentire il nostro cuore battere all’unisono.»
INDICE
Capitolo I – Cowboy e Indiani 5
Capitolo II – Paha Sapa 19
Il Processo 59
Capitolo III – Wounded Knee, una ferita ancora aperta 73
Zintkala Nuni, Uccello Perduto 90
Capitolo IV – Danzano nel sole 115
La Danza del Sole 125
Capitolo V – Due razze – Due visioni del mondo e dell’esistenza 151
I Celti, uomini naturali 182
Il cielo, la terra, gli animali, l’uomo 188
Sempre più lontani dal Paradiso 199
Capitolo VI – Uomini Sacri 223
I “sacri pagliacci” 231
Preghiere, canti, e parole magiche 239
Uomini Sacri 246
Dalla Baia di Baffin agli Indiani Pima 275
Capitolo VII – Uccidi l’indiano che è in te 327
L’Indiano che è in noi 340
Bibliografia
LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO
Capitolo I
Cowboy e Indiani
Ho capelli chiari, occhi verdi, pelle bianca ma cerco con tutte le mie forze di non essere più un wasichu, ovvero, uno che insaziabilmente “saccheggia il grasso”.
La parola fu coniata dai Nativi americani allorché noi Europei invademmo l’America e stava a significare una caratteristica peculiare della nostra cultura, quella di prendere ma anche di gettar via, non sapendo rientrare nel “tutto”. Per i Nativi americani, uomini perfettamente inseriti in un ambiente naturale spesso duro, insidioso, ma in ogni caso considerato il migliore dei luoghi che il Grande Spirito avrebbe potuto riservare alle Sue creature, e quindi avvezzi a non scartare nulla di quel tutto che sacralmente la Creazione aveva loro lasciato in dono, dovette sembrare blasfemo l’atteggiamento di un’altra gente che al contrario separava, scartava, rifiutava certe cose perché semplicemente non riusciva ad apprezzarle appieno.
Di wasichu ce ne sono tanti, una marea sterminata, in continuo aumento, e ancora scartano, continuano a scartare, deboli e forti insieme di un potere economico che detta leggi di mercato che tutto sacrificano a beneficio della frenetica corsa al consumo. A discapito, come sempre, di quell’altra metà del mondo che non ha nulla.
Gli wasichu non stanno mica solo in America, anzi: l’America, che l’economia dei consumi l’ha inventata, è oggi divisa fra chi ancora stupidamente getta al vento e tanti che invece stanno bene attenti a non buttare via niente, professionisti della nobile arte del riciclaggio e di un concetto del denaro che accende spesso un riso di scherno. L’americano guarda infatti al nichelino, è attento a come spende, compra quelle merci che gli vengono consigliate come buone e durature da un apposito comitato governativo preposto a curare e difendere i suoi interessi, per cui un oggetto acquistato a un certo prezzo deve avere uguale prezzo dappertutto, pena il rimborso del denaro oltre un dieci per cento di maggiorazione sul valore dell’acquisto come indennizzo morale per lo “spiacevole accaduto”.
È un fatto che le auto, pure quelle che vengono considerate vetture di lusso, costino un buon trenta, quaranta per cento in meno di quanto le paghiamo noi nel nostro paese, e la benzina, il famoso gallone, quattro litri di carburante, venga pagato dal cittadino americano un solo dollaro. Auto e carburante sono considerati strumenti del e per il popolo, atti a consentire a questi di spostarsi, di viaggiare come gli pare e quando vuole attraverso la vastità del continente.
Si obietterà che è una questione di cultura, che essendo l’America immensa e gli americani gente nomade per eccellenza è doveroso che certi costumi diventino legge e regola. Ciò non toglie che a chi da noi venga la malsana idea di spostarsi da Milano alla riviera adriatica per il weekend, un tragitto di appena trecento chilometri venga a costare mezza liquidazione, pagabile anche con un comodo leasing a trent’anni. Questo non vuole dire comunque che l’America sia da considerarsi l’Eldorado, il posto delle fragole, la società perfetta. Solo, a certe cose qualcuno ci pensa davvero e le risolve una buona volta per tutte.
L’aereo che mi porta da New York a Denver – nodo cruciale assieme a Chicago e alla stessa New York – del traffico dei cieli degli Stati Uniti, è pieno di soli americani.
Li distingui subito i “cittadini” dai “contadini”, i farmer. Sono vestiti diversamente i primi dai secondi, sono meglio truccate le donne di Broadway rispetto a quelle di Topeka o di Wichita, hanno, come dire, un’aria più da copertina di Vogue, una disinvoltura che le rende più sicure di sé, più donne che “vivono il loro tempo”. Le contadine sono più grossolane, i loro capelli sono meno abituati alle cure dell’hairdresser, hanno carnagioni più tremendamente smorte, oppure di un bel color cioccolata, perché ora schive degli spassi ora addomesticate dal sole cocente delle Grandi Pianure, dove l’unico diversivo alla monotona vita del ranch diventa persino il duro momento della mietitura.
Denver è una città di mezzo milione d’abitanti ed è chiamata the mile high city, “la città alta un miglio”, perché sta sdraiata a 1.600 metri d’altitudine, così da permettere a chiunque vi risieda o vi transiti di godere appieno della vista e del respiro dei venti che corrono attraverso le Montagne Rocciose. Il clima è secco, con più giornate di sole di quante il Padreterno ne offra in un anno a città quali Miami o San Diego, siti ben più radicati nella mente di chi ami la parola vacanze. Eppure non è nota ai più, né tantomeno la sua architettura ci rimanda indietro con la memoria all’epopea del mitico Far West se non per il nome di qualche strada, come ad esempio Arapaho Street, o per il fatto che un saloon della città, ora di certo divenuto un confortevole hotel, nell’autunno del 1864 ospitò le “Giacche Blu” del colonnello Chivington reduci dal massacro di trecento inermi Cheyenne, per lo più vecchi, donne e bambini accampati sul Sand Creek. Dovette essere una serata memorabile, quella. Chivington, ex-pastore metodista, aveva ordinato l’attacco al grido di I want you to kill and scalp all, big and little: nits make lice, “Voglio che uccidiate e scalpiate tutti, grandi e piccini: le uova fanno i pidocchi”, cosicché, dopo la gloriosa “battaglia”, qualcuno si concesse l’onore di esibire al saloon gli scalpi degli indiani ostili, inclusi quelli pubici delle donne cheyenne. Il tutto accompagnato dalle urla di giubilo e dagli applausi scroscianti dei cittadini timorati di Dio di quell’allora sparuto insediamento sperduto in mezzo alla prateria. […]
CHI E’ ENZO BRASCHI
Dopo la laurea in Filosofia con una tesi sulla spiritualità dei Nativi americani delle Grandi Pianure, si dedica al mondo dello spettacolo divenendo un apprezzato attore televisivo e cinematografico.
Autore di vari documentari sugli Indiani d’America, dal 1996 al 2003 prende parte alla Danza del Sole – la cerimonia più sacra dei Nativi. Per Verdechiaro Edizioni ha pubblicato La conoscenza segreta degli Indiani d’America, Mi chiamo Bisonte Che Corre, Io ricordo, Troooppo giusto e i romanzi Oltre, La dea dei golosi, L’ultima donna, Di Terra e di Luce, Il sangue non dimentica, Semi di stelle, Zimba, Diario di un Sognatore.