Altri fiori verranno

Autore: Giuliano Gherpelli
Numero Pagine: 208
Dimensioni: 17 x 24
Prezzo: € 19,00
ISBN: 9788866235927

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Altri fiori verranno

Alla ricerca dell’Avatar

romanzo

India. All’inizio del secolo scorso, Binanam, dopo aver costruito la propria fortuna economica, subisce una grande prova. Uno strano fachiro di nome Sri Sai Baba, che sua moglie venerava, diventa la sua unica ancora di salvezza. La sua drammatica storia fatta di speranze, delusioni, contraddizioni e progressive certezze è quella di ogni essere umano, che voglia cercare qualcosa oltre il velo dell’apparenza.

Compariranno il Maestro Gesù, il Mahatma Gandhi, Sri Rama, Sri Hanuman, tutti con un messaggio per lui.

Questo racconto è un vero e proprio saggio spirituale che invita a far riemergere dal profondo visioni e percorsi di vita dediti al dharma, al servizio e all’amore. Dio è lì, vicino e dentro a lui, per sostenerlo a risolvere le sue inadeguatezze, rivelandogli l’unica cosa importante: l’unione col Divino.

INDICE

PROLOGO

CAPITOLO I – BOMBAY

CAPITOLO II – CHANDRIKA

CAPITOLO III – FUGA

CAPITOLO IV – RAMA NAVAMI

CAPITOLO V – MIRACOLI

CAPITOLO VI – HEMADPANT

CAPITOLO VII – STORIE MERAVIGLIOSE

CAPITOLO VIII – LA FOTOGRAFIA

CAPITOLO IX – INIZIO DELLA RICERCA

CAPITOLO X – I PARSI

CAPITOLO XI – LA TORRE DEL SILENZIO

CAPITOLO XII – CERANGANATH

CAPITOLO XIII – GOA

CAPITOLO XIV – PADRE FERNANDO

CAPITOLO XV – RAMESH

CAPITOLO XVI – IL MAHATMA

CAPITOLO XVII – LE FOGLIE DEL DESTINO

CAPITOLO XVIII – IL SAGGIO

CAPITOLO XIX – INSEGNAMENTI

CAPITOLO XX – SEVA

CAPITOLO XXI – MALATTIA

CAPITOLO XXII – PISHIMA

CAPITOLO XXIII – IL TEMPIO DI HANUMAN

CAPITOLO XXIV – IL VILLAGGIO DEI CONI

CAPITOLO XXV – ISHVARAMMA

CAPITOLO XXVI – LA NOTTE DEL PASSAGGIO

CAPITOLO XXVII – CREMAZIONE

EPILOGO

TESTI CONSULTATI

NOTE BIBLIOGRAFICHE

GLOSSARIO

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO

CAPITOLO I

BOMBAY

Il mio nome è Binanam. Nacqui nel 1891 a Shrirampur nell’attuale stato indiano del Maharashtra, che ai miei tempi apparteneva a quella che gli inglesi chiamavano Bombay Presidency. In quell’epoca Shrirampur era un piccolo villaggio rurale e in quel luogo la mia famiglia abitava in una piccola casa dipinta di calce bianca con qualche animale ed una piccola coltivazione che serviva per le nostre esigenze alimentari. La casa si trovava alla periferia del paese e confinava da un lato con la coltivazione stessa e dall’altro con un boschetto di tamarindi. Conservo ancora nella memoria le immagini mie e di mio fratello Rahul quando giocavamo da bambini davanti a casa con galline e maiali. Risparmiavamo solo la mucca e l’asino che vivevano sotto una piccola tettoia a lato della casa e che per qualche motivo non venivano disturbati da nessuno.

Rivedo ancora mia madre pulire la casa ed il cortile con la scopa corta, tessere al telaio tradizionale o ancora scolare e pressare il panir, pestare le spezie per i masala nel mortaio a mano e scaldare il burro per preparare il ghi. Nella stagione adatta raccoglieva i frutti del tamarindo per passarli nel mortaio anch’essi e cuocerli al fine di ottenere una polpa densa e profumata. Nelle pause del suo lavoro spesso veniva fuori nel cortile per difendere i poveri animali e noi fingevamo di spaventarci e fuggire lontano, quasi sempre nel boschetto di tamarindi, che era per noi un luogo misterioso e affascinante dove cercare riparo e protezione. Non ricordo mia madre con aspetto giovanile. La rammento sempre affaccendata ed affaticata.

I nostri genitori non erano più giovani all’epoca della mia nascita e sarebbero morti entrambi assai presto, mio padre per le conseguenze di un incidente sul lavoro e mia madre non molto tempo dopo per la disperazione di averlo perduto. Mio padre lavorava ad ore nei campi dei proprietari di terreni; a volte restava lontano da noi per giorni o settimane, altre volte, nei periodi meno importanti per la coltivazione, rimaneva a casa assieme alla famiglia. Era gentile in genere, ma a volte improvvisamente diventava burbero e si rinchiudeva nel suo ruolo un po’ austero di capo famiglia. Serbo il ricordo di quel periodo dell’infanzia come una specie di sogno che rivivo ogni tanto ad occhi aperti. Tutto era semplice in quel tempo, le azioni dei genitori parevano provenire da un mondo antico fatto di gesti essenziali, finalizzati anzitutto alla quotidiana esistenza, eppure quei gesti erano fonte di felicità per tutti.

Col passare degli anni però i tempi moderni si avvicinarono inesorabilmente. Con la progressiva presenza dei colonizzatori inglesi, Shrirampur divenne una piccola città, richiamando molte persone che si stabilirono lì per via della coltivazione e della lavorazione della canna da zucchero, che gli inglesi stessi avevano promosso e che controllavano dal punto di vista produttivo. Il nome Shrirampur in origine derivava da un tempio che era lì da tempo indefinito, assai famoso nella zona e dedicato al culto di Sri Rama. Io frequentavo a fatica quel luogo; in sostanza non ci andavo quasi mai, se non obbligato da qualche circostanza a cui non era possibile sottrarsi. Ricordo però bene le feste, le danze, il cibo distribuito a noi abitanti da grandi pentoloni caldi e fumanti, il fervore devozionale nei confronti di Sri Rama e della sposa Sita.

Fin da ragazzino per vari motivi avevo conosciuto persone provenienti dall’Europa, Inghilterra in particolare, e mi parve subito che le nostre tradizioni hindu avessero un che di animistico e quasi di primitivo. Quelle persone europee mi parlarono di Gesù e della Sacra Famiglia, cosa che mi convinceva assai più delle immaginette di Rama, Sita e Lakshmana che venivano adorate al tempio. Comunque non divenni neppure cristiano.

In realtà mi sembrava davvero che la religione fosse una colossale perdita di tempo e che la vita dovesse essere vissuta nel momento attuale, preoccupandosi delle esigenze e dei bisogni presenti. Percepivo nel cuore l’onestà di tanti devoti che frequentavano il tempio di Sri Rama e li apprezzavo, ma non sapevo come spiegare loro che Sri Rama non era che l’espressione sulla Terra di Qualcosa di più grande che pervadeva ogni cosa e che era ovunque, dietro lo schermo mentale che ogni persona elevava a propria difesa. Dentro di me sapevo bene di essere parte di questa Unica Realtà assieme a tutti gli altri esseri viventi, ma quando provavo a parlarne in famiglia, spiegando come per me i rituali fossero tempo perso, non venivo assolutamente compreso.

Per tale motivo fui ragione di preoccupazione e tristezza per i miei genitori, che erano profondamente credenti ma in senso puramente tradizionale e che dicevano sempre che io parevo fatto apposta per influenzare negativamente mio fratello Rahul, il quale almeno in apparenza era più accomodante di me. La verità era del tutto opposta e fu proprio Rahul a spingermi inesorabilmente verso una strada che in cuor mio non approvavo. Inoltre mai avrei immaginato allora che una di quelle ridicole immaginette venerate al tempio mi avrebbe accompagnato per il resto dei miei giorni, ma non voglio saltare la sequenza degli avvenimenti e desidero procedere con ordine.

Dopo la morte dei nostri genitori, io e mio fratello Rahul rimanemmo dunque soli. Il nostro dramma di orfani ci apparve all’inizio quasi insormontabile, anche se alcuni parenti venivano ogni tanto a consolarci e ad aiutarci. Col passare del tempo però ci rendemmo conto che la tragedia ci aveva profondamente uniti. Eravamo ancora giovani, ma fortificati da una sorta di complice collaborazione che ci aveva visto sempre accomunati e mai o quasi mai in conflitto. Lui era la parte razionale, io quella inventiva ed avventurosa. Non eravamo certo ricchi all’epoca, ma eravamo solidali in tutto e questo ci dava forza. Eravamo ben decisi a lavorare duramente pur di conquistare una condizione economica e di vita accettabile e dignitosa.

Iniziammo dunque a lavorare giovanissimi in diverse fabbriche che trasformavano la canna. La canna da zucchero veniva prima lavata e sminuzzata e poi sottoposta a vari processi di macerazione e macinatura alternati. Il liquido ottenuto veniva poi bollito in enormi vasche e quindi essiccato fino a diventare zucchero grezzo. Solo in alcune di queste fabbriche questo prodotto grezzo veniva poi depurato ulteriormente per diventare zucchero raffinato. Il lavoro era molto pesante e la paga misera, ma noi tenevamo duro cercando di risparmiare qualche rupia ogni settimana. In fondo avevamo una casa e potevamo sfamarci, coltivando ortaggi e con l’aiuto di qualche animale.

Dopo alcuni anni di questa vita capitò che un nostro amico rimanesse seriamente ferito sotto un macchinario e di colpo capimmo che quel tipo di vita ci avrebbe solamente consumato, senza arricchirci in nessun modo. Decidemmo quindi di scappare, appena se ne fosse presentata la possibilità. Sì! Scappare! Saremmo andati a Bombay a cercare fortuna. In verità la proposta venne da mio fratello per via dell’incidente al nostro amico appena citato ed io dovetti adattarmi ad essa.

Mio fratello Rahul era più grande di me di alcuni anni e lo era anche di statura. Era serio, posato e impegnato in tutto ciò che faceva. I baffi austeri completavano l’opera dal punto di vista estetico. Io al contrario ero più libero ed inventivo e mi facevo conquistare purtroppo da ogni genere di avventura e progetto. Rahul era fautore del progresso e della modernità in tutti i campi, anche se di queste cose ne aveva solamente sentito parlare da chi era stato a Bombay o ad Aurangabad. La vita monotona dei villaggi, che pareva proseguire all’infinito alternando il duro lavoro nei campi o nelle prime manifatture ai rituali nei templi, gli stava stretta. Io ero al contrario di lui molto più legato alla vita del villaggio, ma data la mia indole fui inesorabilmente ammaliato dalle sue idee.

Ad un certo punto decidemmo di affidare provvisoriamente la nostra piccola casetta, l’orto, la mucca e gli animali da cortile ad un vicino di casa e partimmo col carro trainato dall’asino verso Bombay, per un periodo che sarebbe durato almeno due o tre settimane di viaggio. Portammo con noi i nostri risparmi, qualche provvista di cibo, che il vicino ci aveva dato in cambio della possibilità di utilizzare l’orto e gli animali e alcuni cambi di vestiti, ottenuti riadattando noi stessi gli abiti che mio padre ci aveva lasciato dopo la sua morte.

L’arrivo a Bombay fu davvero impensabile. La città pareva essere immersa in un caos difficile da immaginare per noi campagnoli. Le viuzze strette e sporche parevano perdersi verso un infinito senza orizzonte e brulicavano di persone di ogni genere sempre in movimento e sempre in una condizione di continua ed inspiegabile agitazione. Le case erano molto diverse tra loro, vi erano belle ville per persone ricche e misere capanne costruite con paglia e terra grezza ed in mezzo a queste due estremità una miriade di piccole casette sporche e scure, di bottegucce fatiscenti e di canali quasi asciutti e maleodoranti. Ovunque le vacche circolavano liberamente spesso cibandosi degli avanzi lasciati a terra da improvvisati venditori di alimenti o da bottegai dei mercati e dei bazar. Quasi tutte avevano il marchio di Sri Shiva sulla natica.

Ogni tanto in mezzo alle case comparivano i grandi palazzi governativi o delle banche e poi tantissimi templi e chiese di ogni genere appartenenti a differenti confessioni religiose. Infatti la cosa più stupefacente erano in effetti le persone che abitavano in città. A parte una piccola comunità islamica, a Shrirampur vi erano solo hindu, ma lì a Bombay, evidentemente seguendo un ragionamento analogo al nostro, tutta l’Asia pareva aver progettato di cercare fortuna. Vi erano quartieri malabaresi, cinesi, islamici, malesi, parsi, siamesi, filippini, birmani, bengalesi e forse altro ancora, che presto rinunciammo a comprendere e ad enumerare. Frammischiati a costoro vi erano, a volte isolati a volte in gruppo, moltissimi mendicanti, quasi tutti storpiati nel corpo, nel volto o nella psiche, a volte affetti da lebbra.

Immediatamente capimmo che il carro e l’asino erano assolutamente inutili e che era molto più comodo spostarsi a piedi, anche per evitare di perdere tempo in vicoli nei quali era già difficile passare camminando. Dopo la vendita dell’asino, per un lungo periodo decidemmo di dormire fuori città in mezzo alla campagna, perché eravamo terrorizzati dall’idea di vivere anche la notte in una confusione del genere e circondati dall’odore nauseabondo dei canali e delle fogne.

La cosa più stupefacente però avvenne quando decidemmo un giorno di visitare la ‘città dei bianchi’. Accadde una mattina, nel giorno di libertà da uno dei lavori di cui parlerò tra poco. Qui vi erano cose inimmaginabili: strani veicoli moderni chiamati ‘voitures automobiles’, in movimento su più ruote gommate senza alcun trainante, che viaggiavano su strade moderne, case lussuose con giardini curati, grandi costruzioni a più piani tutte in apparenza simili l’una all’altra, negozi un po’ ovunque con grandi insegne e chiese enormi. Inoltre vi erano luoghi impensabili che, ci spiegò qualcuno, avevano una funzione simile a quella delle case di accoglienza dei pellegrini nei centri di culto indiani; ma qui essi servivano semplicemente per chi non abitava sempre a Bombay e manifestavano un lusso al di fuori della nostra immaginazione. Uno di questi era quello che chiamavano Palace Hotel. Infine ogni tanto si mostravano ai nostri occhi incredibili palazzi di ricchi indiani o di Raja, che proprio lì nella città inglese erano andati a costruire le loro abitazioni, luccicanti di marmi e graniti e popolate di elefanti, cavalli e tori di pietra. Nelle strade assieme alle ‘voitures automobiles’ circolavano con estremo ordine carrozze e cavalieri sia europei che orientali; tutti manifestavano una ricchezza fuori dal comune. «Questo è il vero progresso e la vera modernità!» diceva sempre Rahul e a volte aggiungeva frasi come: «In cuor mio spero che i bianchi possano portare questa meraviglia in tutta l’India e che l’Occidente possa guidarci da una vita povera ed oscura alla felicità.»

Qualcosa di queste sue frasi mi attraeva, ma c’era altro che però mi lasciava in fondo perplesso, come se percepissi negli inglesi un eccesso di ricchezza cui non corrispondeva alcuna dote di umana compassione. Me ne accorsi poco più tardi quando, un policeman indiano al servizio degli europei, ci fece allontanare con toni minacciosi. Decisamente non era quello il mio mondo. Per il momento dovemmo ritornare alla Bombay asiatica che, rispetto al mondo bianco, pareva essere organizzata all’opposto nella confusione e nella sporcizia.

Facemmo vari tipi di lavori, sempre ritornando la notte a dormire all’aperto in campagna. Il primo fu scaricare le ceste di prodotti agricoli che arrivavano a Bombay tutte le mattine in uno dei mercati della città. Poi passammo come manovali alla costruzione delle nuove case ed infine trovammo posto presso una locanda come aiuto cuoco e camerieri. Tutti questi lavori, pur essendo pagati meglio rispetto alla lavorazione della canna da zucchero a Shrirampur, avevano orari massacranti, che ci lasciavano praticamente solo il tempo di ritornare nel nostro posticino in campagna a dormire.

Con il passare del tempo i nostri risparmi aumentavano molto, dato che per dormire non spendevamo nulla e che la vendita del carro e dell’asino aveva fruttato una cifra inaspettata, ma per contro aumentava anche la nostra stanchezza, peggiorata dal pessimo cibo che si trovava in giro. Ad un certo punto decidemmo che era opportuno lasciare questo mondo infernale e ritornarcene a casa. Non avevamo fatto fortuna, certo, ma qualcosa avevamo messo da parte; a casa avremmo potuto sposarci e costruirci una seconda casa per una delle due famiglie che si sarebbero formate. La casetta dei genitori sarebbe andata ad un fratello e quella nuova al secondo, con l’aggiunta delle rispettive mogli e figli. Rahul però mi diceva spesso che queste mogli non esistevano ancora e che, essendo noi orfani, avremmo dovuto fare lo sforzo di trovarcele da noi, visto che i nostri genitori non avevano combinato alcun matrimonio per noi prima della loro morte. Quando stavamo per partire la fortuna – o almeno quella che allora credemmo fosse tale – ci avrebbe però raggiunto in modo del tutto inaspettato.

CHI E’ GIULIANO GHERPELLI


Giuliano Gherpelli
è un economista, nonché viaggiatore e musicista jazz. Per Verdechiaro ha pubblicato il libro Il Segreto di Bali nell’anno 2008. L’isola di Bali è l’unica realtà induista al mondo oltre all’India. Assieme alla moglie Rosangela Morelli si occupa anche da oltre 30 anni di ricerca spirituale ed interiore e di analisi energetica del corpo umano.