Perché l’amore vince la morte

Autore: Enzo Braschi
Numero Pagine: 232
Dimensioni: 14 x 21
Prezzo: € 22,00
ISBN: 9788866236023

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Perché l’amore vince la morte

L’amore fa sbocciare un fiore, fa germogliare le foglie di un albero a primavera e ci dà i suoi frutti, fa scorrere un fiume, crea le montagne, il mare, il sole, muove le stelle… L’amore fa anche sì che due persone, su oltre otto miliardi, si incontrino e come per incanto si sentano attratte tra loro, si innamorino. Non mi si parli di semplice istinto di procreazione, la naturale tendenza a mandare avanti la specie come accade per gli animali.

Se è per questo, il lupo, quando sceglie nel branco la sua compagna, le resta fedele anche dopo la morte. Il lupo insegna, il lupo è un maestro. L’amore è la scelta tra due anime di incontrarsi e fondersi in una sola anima.

Questa è la storia narrata nel romanzo: un incontro tra due anime, avvenuto tanto tempo fa, che le ha unite e poi separate, ma che non è mai finito e che con ogni probabilità è destinato a durare oltre la vita. Questo perché l’amore vince la morte. Sempre.

CHI E’ ENZO BRASCHI

Enzo Braschi

Dopo la laurea in Filosofia con una tesi sulla spiritualità dei Nativi americani delle Grandi Pianure, si dedica al mondo dello spettacolo divenendo un apprezzato attore televisivo e cinematografico. Autore di vari documentari sugli Indiani d’America, dal 1996 al 2003 prende parte alla Danza del Sole – la cerimonia più sacra dei Nativi.

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO

Si destò alle sette precise. Glielo disse l’orologio da polso che come ogni sera lasciava sul comodino prima di addormentarsi. Un poco di luce solare filtrava attraverso le ampie tende che coprivano la finestra che andava da un lato all’altro della stanza.

“Anche se la sera prima faccio tardi mi sveglio ogni mattina più o meno alle sei. Lo decide l’ipotalamo, non una sveglia.”

Scese dal letto e si diresse in bagno, accese la luce e si fece una doccia veloce, poi si guardò allo specchio e vide la faccia di un vecchio.

“Più che di un vecchio direi di un anziano” si corresse col pensiero.

“Come cambiano le cose. Quando avevo poco più di vent’anni giudicavo mio padre, che ne aveva cinquanta, al pari di un vecchio. Oggi si è vecchi a ottant’anni.”

Si asciugò i capelli col phon e si guardò una seconda volta allo specchio più intensamente di prima.

Passò lo sguardo sulla sua fronte, sul suo naso, sulla sua bocca.

Non si piacque.

Il che accadeva sempre più spesso.

Ma si accettò.

Il che accadeva sempre.

“In ogni caso, che mi vada o non mi vada bene, è così… e non ci posso fare niente.”

In cucina prese un piatto, una forchetta, una banana, un kiwi, un coltello, un pentolino per scaldare un poco di caffè, una tazzina nella quale fece cadere un cucchiaino di miele, un tegame, e due uova. Accese il fornello e vi pose sopra il tegame, nel quale aveva versato un filo d’olio extravergine d’oliva. Attese che l’olio si scaldasse e vi spaccò dentro le uova, che una volta cotte, adagiò sul piatto, vi spruzzò sopra un pizzico di sale, si sedette a tavola e iniziò a fare colazione. Le uova erano deliziose. Assaporò con la stessa intensità sia la banana sia il kiwi, il cui dolce succo gli addolcì la bocca.

Amava il sapore del cibo, ne avvertiva i benefici, comprava ogni volta quello che gli piaceva attento a che facesse bene al suo organismo, sempre evitando da anni di assumere zuccheri.

Accese il cellulare e rispose al buongiorno dei pochi amici che si ricordavano di lui, e lui di loro, coi quali si dava ogni sera la buonanotte e ogni mattina il buongiorno; poi lesse le ultime notizie, pure quelle di politica, anche se i suoi fantastici ingarbugli lo disgustavano e nello stesso tempo lo facevano ridere.

Era morto un altro famoso cantante inglese di settantasette anni dopo un lunga e dolorosa malattia. Le immagini ne mostravano il funerale. Ali di folla presso la casa dove era nato e nella strada lungo la quale passava il feretro, applausi, fiori gettati dalla gente sull’auto che ne portava la salma, la vedova e i familiari in lacrime.

Si commosse fino alle lacrime anche lui.

Gli accadeva spesso ultimamente di commuoversi. Non riusciva a farne a meno.

“Se ne è andato un altro amico. Ero cresciuto con la sua musica… Il suo disco più famoso lo acquistai negli Stati Uniti durante il primo viaggio che feci oltre cinquant’anni fa. L’epoca è quella… Ce ne stiamo andando via tutti, tutti noi di questa generazione. Prima o poi toccherà anche a me ma non so quando. Nessuno mi ha fatto l’oroscopo o mi ha letto le carte. Ma fosse anche così, chi si fiderebbe di chi dovesse predirmi il futuro? Morire tocca a tutti. Non è un problema, è una cosa ineluttabile, una certezza che si deve accettare. Una sola preghiera: che sia una morte rapida e indolore.”

Decise di scendere in spiaggia. A quell’ora del mattino non c’era ancora nessuno. Deserto. Tutto era deserto, se non per qualche rara persona che andava avanti e indietro per fare del sano jogging.

Da qualche tempo aveva preso l’abitudine di farsi la doccia con acqua fredda, per cui quando entrava in mare non ne pativa la temperatura. Anche se non era mare in realtà, era oceano, e la sua acqua era più fredda.

Pensò di radersi. Non aveva mai avuto una barba folta, ma sapeva che era bianca come i capelli e ispida e che non gli piaceva farsela crescere. E mentre si radeva si rammentò del sogno che aveva fatto la notte precedente e iniziò a riviverlo, a riproiettarselo mentalmente come si fa con un film.

Era entrato in un bellissimo appartamento con pareti che davano l’idea di essere appena state imbiancate e con una scala che portava a un piano superiore fatto di un lungo corridoio sempre con bianche porte aperte che mostravano stanze altrettanto bianche, senza neppure un quadro o una foto o alcunché sui muri. Fu poi un susseguirsi di altri corridoi, di altre stanze vuote, di immensi saloni con camini che non erano mai stati accesi, per cui si mostravano immacolati, e di scale che scendevano a piani inferiori, verso cantine vuote e ancora una volta bianche… Lui era poi uscito in strada, una vecchia strada con antiche case di mattoncini rossi scoloriti e sporcati da chissà quanto tempo.

Una vecchia città che gli parve… inglese?

Un borgo?

Un paese?

Nel sogno avvertì che quel luogo non gli piaceva, che la gente che gli camminava a fianco aveva volti poco rassicuranti, che le vie che percorreva erano sordide, sporche, tetre, e gli parevano veri e propri labirinti, visto che lo riportavano ogni volta al punto di partenza. Si sentiva a disagio in quel posto, per cui accelerò il passo ansimando sempre di più… E poi si svegliò.

“Dormire è imitazione della morte. Il sogno, al contrario, a meno che non sia una rielaborazione di fatti quotidiani, mi ha sempre parlato, mi ha puntualmente fatto vedere oltre il buio, essendo la vera realtà che, nascosta, mi giace accanto, sta dentro di me, oltre me, in un luogo che è dietro l’angolo e attende solo di essere scoperta. Mi conosco, so che nella mia vita ci sono stati sogni che mi hanno aperto porte, che mi hanno schiuso importanti percezioni, varchi che mi hanno permesso di entrare in posti che non credevo a me accessibili e che mi hanno cambiato il modo di pensare.”

Ritornò ancora al sogno, il rasoio in una mano, e rifletté: “Sono entrato in una casa di luce, una dimora fatta di ambienti armoniosi che mi hanno sorpreso e incuriosito separandomi da un fuori opprimente e squallido, da qualcosa che mi lascio alle spalle, forse un amaro passato. Sento che dovrà accadermi qualcosa che potrebbe sorprendermi positivamente. Sono sicuro che è così.”