Tornerò ancora

Autore: Guido G. Guerrera
Numero Pagine: 144
Dimensioni: 14 x 21
Prezzo: € 22,00
ISBN: 9788866235163

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Tornerò ancora

Racconto di un cammino interminabile

Romanzo

Prefazione di Pupi e Antonio Avati

La scrivania del giornalista siciliano Pietro Serra è ingombra di fotografie e di documenti. Sono immagini che ritraggono Franco Battiato a tutte le età e in varie occasioni della sua esistenza. Sui fogli in disordine, quel che Pietro ha scritto di lui e alcune testimonianze firmate dallo stesso Battiato.

Serra è a un bivio. Attratto da sempre dal cinema ha deciso da tempo di lasciare il giornalismo per dedicarsi alla realizzazione di film come regista. Quel materiale accumulato è necessario per entrare in totale empatia con il suo personaggio. Sono entrambi siciliani e come tanti giovani di quell’isola hanno scelto di abbandonare la loro terra in cerca di fortuna. Il destino vuole che i due si conoscano e diventino amici. Ognuno pensa al proprio lavoro, alla propria carriera, ma ogni tanto le loro vite si sfiorano e a volte addirittura coincidono, quando il cantante si esibisce nei suoi concerti e il giornalista lo segue con le sue interviste.

Un romanzo, tra realtà e finzione, che vuole rendere omaggio a uno tra i più grandi artisti e uomini del nostro tempo.

Disegno di copertina del Maestro Antonio Ballista.

«Mentre foto e appunti

gli scorrevano sotto gli occhi

in quegli ultimi anni,

mentre la sua mente

elaborava ricordi e frugava

nella memoria del passato,

il film era sbocciato tra

le sue mani come un fiore…»

Indice
Leggi un Estratto del libro

1

Le mani gli tremarono lievemente. Un sorriso dolce come il ricordo gli sfuggì, dimenticando per un attimo l’amarezza. Da quanti anni era lontano dalla sua terra? «Troppi, davvero troppi per un siciliano», si disse spegnendo una sigaretta fumata a metà. Memorie accatastate come quelle foto sparse sul tavolo, affastellate nella mente, compresse quanto i file che occupavano il portatile rallentandolo. A cinquant’anni, Pietro Serra si sentiva vecchio e da tempo aveva imparato ad accontentarsi della vita di ogni giorno senza uno scopo, privo di una direzione precisa. Adesso, tutto quel materiale che aveva così meticolosamente raccolto lo chiamava a una nuova sfida. Ma poteva ritenersi pronto. Ne sarebbe stato all’altezza? Gettò un ultimo sguardo a quelle immagini un po’ sbiadite, alcune in bianco e nero, con in visi a volte diafani, come di carta velina, eppure ugualmente riconoscibili. Sembravano creature venute a fare visita da un altro mondo, e forse lo erano.

Le case in stile barocco, i fiori ai balconi, i muri a secco, il venditore di fichi d’India, uomini seduti nei Caffè a gustare la granita per colazione. Giarre, Acireale, poi la Villa Bellini di Catania, il mercato del pesce e Messina con la Madonnina dello Stretto, che non smette di benedire la città con i suoi borghi e i suoi abitanti, e il Faro che sembra voler illuminare la Calabria, lì a due passi.

Ai piedi degli scalini di una chiesa di Riposto sedeva un bambino, avrà avuto forse una decina d’anni. Bellino, compito nell’atteggiamento, fiero nella sua giacchetta della domenica, gli occhi intelligenti, vivi e scaltri. Occhi da ometto, da adulto, sguardo inquieto di chi guarda lontano e non si accontenta mai di ciò che vede perché va oltre, invoca l’altrove.

«Ero come lui a quell’età?», si domandò Pietro accendendosi un’altra sigaretta, come rapito dalle delizie di un sogno. «Credo di sì» concluse, prendendo in mano la piccola fotografia, quasi a voler stabilire un patto tra anime, tentando con tutto se stesso di individuare segni distinguibili di somiglianze possibili. Cercò in un cassetto vecchie foto di lui piccolo e ne trovò una. Era vicino a una fontana con la testa di leone che adesso non c’è più, come tante altre cose della sua oltraggiata città.

Posa identica, tutti e due con lo sguardo fisso all’obiettivo, identiche orecchie a sventola. Inquieti entrambi, con tutti i segni di un fuoco inespresso ma pronto a divampare, come è tipico nel destino di tanti siciliani che riescono a prendere dalla vita qualcosa di speciale, in grado di andare oltre la guazza paludosa delle abitudini che alla fine strozzano le esistenze.

Quante esistenze sprecate aveva visto Pietro in quella sua città infettata da un torpore troppo antico per essere in grado di reagire, malata di scirocco e di ammalianti paste al forno, con una gioventù arresa per sempre ai profumi delle focacce e degli arancini, e che nessuna «vasca» sulle mattonelle sconnesse dai troppi passi sul viale dello struscio avrebbe mai potuto smaltire. Una città con tutti i crismi per essere bella eppure ormai troppo abituata a essere oltraggiata come una vecchia puttana per farci caso, rassegnata a essere solo quello nelle mani dei suoi aguzzini. Gli sembrava di tornare indietro nel tempo e che quella malia lo volesse catturare di nuovo per vendetta o per rivalsa, dopo che quel suo figlio si era ribellato andandosene. E lui lì un giorno forse sarebbe tornato, per sempre. Come usano fare i vecchi quando sentono la vita sfuggirgli, e allora si rifugiano nel passato e lo vanno a visitare cercando brandelli di ricordi, tentando di riacciuffare senza possibilità la loro stessa giovinezza. Chi va a cercare una strada, una casa o una spiaggia emerse dal pozzo dei ricordi, non è quel luogo fisico che vuol ritrovare ma i fotogrammi di momenti che lo avevano visto giovane e felice. Si tratta di un pellegrinaggio nella memoria del proprio sé.

Era stato lo stesso per Franco? Ne era sicuro.

Uno strano destino li legava, concluse, osservando distratto il rosa della grande casa in mezzo al verde che l’artista aveva scelto su ogni altra per allontanarsi dalle strade frenetiche del mondo e cercare pace. Sicilia, sempre Sicilia come sicuro porto quiete, ideale rifugio per stare bene, benedetto da un sole amico e quasi taumaturgico, di fronte a un mare con i colori del cielo per far credere nel paradiso, protetta dal potere ambiguo della Montagna Grande che, a suo arbitrio, può dare e togliere certezze alla stregua di una madre terribile o di un capomafia, per natura inaffidabile, con cui per forza di cose si deve convivere.

2

Dal suo piccolo studio romano poteva sentire le voci che venivano dalla non distante Campo de’ Fiori. Un luogo destinato ad essere restituito del tutto a se stesso nelle ore di mercato, che tornava ad essere borgata nello scontrarsi allegro e caciarone di gente che vendeva e altri venuti lì a comprare e trattare, dando vita al ripetersi di un rito sempre uguale. Campo de’ Fiori sembra un teatro all’aperto. Gli piacque quella considerazione che la mente sempre magmatica aveva appena confezionato per lui. Traguardò incrociando le dita alla maniera dei grandi registi, rubando dal taglio della finestra le immagini di un brulicare di persone tra i colori fantastici delle bancarelle, e immaginò di avere uno zoom potente per i primi piani e un microfono adatto a cogliere ogni parola, invece di quel ronzare forte di calabroni che a lui giungeva senza che riuscisse a distinguerne il senso.

«Io regista… no, mai. O forse sì, forse è di nuovo arrivato il momento di cambiare tutto come è successo sempre nella mia vita. Ho lottato con tutte le mie forze e non ci sono mai riuscito ad avere un punto fermo, a segnare con il compasso quel punto costruendo intorno a me un cerchio definito. O, come lo chiamava Franco, “un centro di gravità permanente”». Che naturalmente si era invece mostrato di una impermanenza impertinente e irritante. Tutte le volte che credeva di averne costruito uno, veniva annientato dagli eventi che non sapeva più se potessero dipendere da lui, dalle sue scelte o dal karma. Succedeva e basta.

Era il momento di fare ordine in quel caos, altrimenti non ne sarebbe uscito vivo. Pietro accese un’altra sigaretta, infischiandosene delle raccomandazioni del medico che lo assillava e cercava di incontrare il meno possibile.

Il caos perfetto stava davanti ai suoi occhi sotto forma di fotografie e di fogli stampati, di cartelle di file ammucchiate sul desktop del computer. Ognuna conteneva immagini, registrazioni, testimonianze, appunti, musica. Da far venire il mal di testa, da far dire basta a chiunque, da far impazzire chiunque. Ma il brutto di quella confusione, o forse il bello – trasalì sferzato da quel pensiero scomodo – stava nel fatto che era la stessa che regnava nella sua mente. Sapeva bene che c’erano decisioni da prendere ma era stufo di doverlo fare perché implicava una nuova scelta, e questa si sarebbe portata via schegge di vita in cambio del miraggio di una nuova e sconosciuta. […]

Chi è Guido G. Guerrera

Guido G. Guerrera, giornalista e scrittore di numerosi libri, collabora alle pagine de “La Nazione”, di “QN” e di “Libero”. Considerato dalla stessa Fernanda Pivano “uno dei massimi esperti della vita e delle opere di Ernest Hemingway in Italia” è relatore da molti anni del Coloquio Internacional E. Hemingway che riunisce all’Avana i massimi studiosi a livello internazionale dello scrittore statunitense.

Appassionato di filosofie orientali e occidentali ha esplorato costantemente nuovi stilemi toccando argomenti diversi tra loro.

Biografo di Franco Battiato ha pubblicato per Verdechiaro Edizioni Battiato. Another Link, Franco Battiato. Niente è come sembra, quindi Avatar Beauty Project, Il Deserto e la Rosa, La mia vita con i fox e la raccolta di poesie Cerchi erotici.

Ultime pubblicazioni, il romanzo La Truffa (Imprimatur Editore) e due biografie romanzate per i tipi di Minerva Edizioni: Io ed Ernest e Pupi Avati – La Nave dei Sogni.