Romanzo
USA, tra gli Stati del New Mexico e l’Arizona. Amelia si reca a Durango, alla villa dell’amico Alfred, che dà una festa in occasione della sua laurea. Lì conosce Gordon, un bel ragazzo che la incanta con le sue storie e il suo romantico modo di fare, ma tutto finisce lì. All’alba del giorno seguente però Amelia si sveglia sul prato della villa, invece che nella sua stanza d’albergo. Sulla via del ritorno, sorpresa in autostrada da un violento temporale, si rende conto di trovarsi in un luogo assai più distante e quattro ore più tardi.
In un luogo di ristoro poco più avanti conosce due vecchi indiani hopi, marito e moglie, ai quali narra quanto accaduto. La vecchia indiana, nel momento di accomiatarsi da Amelia, le fa gli auguri per il bimbo che sta aspettando. Tornata a casa e in preda a forti nausee, la giovane si rende conto in effetti di essere in dolce attesa… Amelia decide quindi di ricontattare la coppia di indiani, grazie ai quali scoprirà le storie narrate dal loro popolo sui contatti coi cosiddetti “Popoli delle Stelle”, e la ragazza avrà la certezza che il bambino che porta in grembo sarà uno dei tanti che verranno ad annunciare all’intera umanità l’avvento di un nuovo mondo altamente spirituale.
Indice
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
Capitolo VII
Capitolo VIII
Capitolo XI
Capitolo X
Capitolo XI
Leggi un Estratto del libro
I
Che ne sapeva una ragazza di provincia del cielo e dei suoi segreti? Eppure, anche se non era mai salita al di sopra delle nuvole, dove solo osano gli astri, furono gli astri un giorno a venire incontro a lei.
E il mare? Che ne sapeva del mare e delle sue correnti?
Amelia non aveva mai visto il mare se non al cinema, non sapeva nulla dei suoi abissi, delle sue possenti onde che si infrangevano sulle scogliere, delle sue spiagge dalla sabbia d’oro, dei grandi pesci che nuotavano nelle sue profondità.
Si svegliò sul prato che circondava la piscina della villa di Alfred alle prime luci dell’alba. Con la punta delle dita sfiorò l’erba, che era bagnata di rugiada. Si passò le mani sui vestiti e sul viso, che erano asciutti. Era intontita, faceva fatica a concentrarsi. Guardò l’orologio, che segnava le sei meno qualche minuto. Non si udiva alcun rumore in giro, né una voce provenire dall’interno della villa.
“È domenica” pensò, “staranno ancora tutti dormendo. Perché mi trovo qui invece che nella mia camera d’albergo? Perché l’erba è bagnata di rugiada e i miei vestiti, i miei capelli e la mia faccia sono asciutti? Come è possibile?”
Gli occhi le dolevano e avvertiva un fastidioso ronzio nella testa e un forte senso di nausea. Dapprima si mise a sedere, poi si alzò in piedi lentamente. Le sue gambe ebbero un tremito. Si guardò la giacca di seta rossa e i blue jeans che aveva acquistato per l’occasione due giorni prima da Calgary’s, nel centro di Santa Fe. La sua mente annaspò nel vuoto, le parve di scivolare all’indietro. Nonostante fosse stata sdraiata sull’erba per chissà quanto tempo la giacca era senza una piega, neanche Amelia fosse stata delicatamente adagiata da qualcuno sul prato un attimo prima di svegliarsi, e i blue jeans non erano sporchi di terra o di erba.
Aprì la pochette nera luccicante di lustrini che portava a tracolla per vedere che non le mancasse nulla. Al suo interno ritrovò le chiavi dell’auto e quelle di casa, il pacchetto dei kleenex, lo specchietto con la cipria e il rossetto, il portafoglio con il contante che si era portata da casa e la carta di credito. Ogni cosa era al suo posto.
Si voltò in direzione del vialetto di ghiaia che portava all’uscita della villa, le mani affondate nelle tasche della giacca, i capelli castani che ondeggiavano alla leggera brezza del primo mattino, i profondi occhi blu, e l’espressione di chi tenta disperatamente di dare una risposta a quanto sta accadendo.
Il sole sbucò da dietro una nuvola e le illuminò il volto.
Era un sole caldo ma non bruciava ancora la pelle.
Amelia andò a vomitare dietro il salice.
Si pulì la bocca sul dorso della mano.
La saliva sapeva di ferro.
Pensò che non aveva bevuto alcolici la sera prima, solo un paio di cocktail alla frutta, e non aveva fumato “erba”, il che voleva dire che essendo stata lucida non era possibile che si fosse addormentata ai bordi della piscina.
“Ieri sera… ieri sera…” ripeté a se stessa.
Non ricordava assolutamente nulla di quanto potesse essere accaduto la sera prima.
Alla sua destra ritrovò il palco sul quale si erano esibiti i Best Offer, il gruppo rock di Denver che aveva invitato Alfred “per dare più corpo alla festa”, come le aveva detto al telefono per convincerla a raggiungerlo nella sua villa di Durango, in Colorado, da Santa Fe, nello Stato del New Mexico, dove Amelia abitava con la famiglia. Si ricordò del nome della band in quell’attimo solo perché notò il manifesto appeso a una corda tesa tra due alberi, ma se i ragazzi avessero suonato bene o fossero stati una lagna non ne aveva la più pallida idea. Eppure li aveva sentiti suonare. O no?
Rifletté che da casa sua alla villa di Alfred non era quel che si dice una “passeggiata”. In auto erano la bellezza di quasi quattrocento chilometri, e con un paio di soste per sgranchirsi le gambe e bere qualcosa di fresco, rispettando ovviamente i maledetti limiti di velocità, Amelia ci aveva impiegato quasi cinque ore. E adesso le sarebbe toccato tornarsene a casa.
Lei e Alfred si erano conosciuti a Phoenix un paio di anni prima, a un concerto di musica country, ed erano diventati amici, anche se si vedevano non più di due, forse tre volte all’anno, data la distanza. L’amicizia l’avevano cementata whatsapp e la posta elettronica: almeno un messaggio o una mail ogni due settimane per raccontarsi di come andavano le cose.
Sia Alfred sia Amelia si erano appena laureati in Biologia, lui all’Università di Denver, lei al Santa Fe Community College, ma lei non aveva dato alcuna festa di laurea, ad Alfred invece piaceva fare le cose in grande. Figlio del più noto avvocato di Durango, occupava l’ultimo dei tre piani della villa di famiglia, la “magione”, come la chiamava Amelia, una costruzione in stile coloniale del xviii secolo, con tanto di ben sei colonne di marmo bianco all’ingresso, di un kitsch “ributtante”, come aveva pensato lei la prima volta che se l’era trovata davanti, che si ergeva nel bel mezzo di un immenso parco con erba sempre perfettamente rasata, numerosi alberi e rigogliose piante di fiori e una piscina che avrebbe fatto invidia a tanti attori che vivevano a Beverly Hills.
La giovane s’incamminò lungo il vialetto, raggiunse lo spiazzo ghiaioso sull’altro lato della villa, azionò il telecomando del Dodge Ram metallizzato di suo padre, salì nel pick-up, chiuse la portiera e si guardò allo specchietto retrovisore. I capelli erano a posto, così come il trucco e il colletto della camicia azzurra di mussola che pareva essere appena stata stirata. Si ripassò il rossetto sulle labbra carnose e si diede un’ultima occhiata allo specchietto. “Può andare” pensò. Poi aggrottò la fronte, sospirò, e accese il motore. Il quadro del cruscotto si illuminò. Aveva ancora mezzo serbatoio di benzina. La solita musichetta di sempre le ordinò di allacciarsi la cintura di sicurezza. Fece come le veniva chiesto, quindi innestò il cambio automatico e l’auto scivolò lentamente verso il cancello della villa. Presso la colonnina col pulsante di apertura Amelia accostò e lo premette, il cancello si aprì, e il pick-up si lasciò la “magione” alle spalle, poi svoltò a destra e all’incrocio prese a sinistra, in direzione della highway che l’avrebbe riportata a casa. Improvvisamente si rammentò che il pomeriggio precedente, appena arrivata a Durango, aveva lasciato il suo bagaglio al Crimson Hotel, dove avrebbe dovuto trascorrere la notte. La signorina della reception era stata molto gentile con lei al telefono, offrendole la camera a metà prezzo, vista la bassa stagione, e non richiedendole neppure il numero della carta di credito. Alla fine, Amelia in albergo non ci aveva dormito ma doveva passarci a riprendersi il trolley e a saldare il conto. Così fece inversione a “U”, percorse il rettilineo fino al semaforo, svoltò a sinistra e imboccò la seconda via a destra.
Sfilarono belle villette con giardini pieni di rose, un passante con il suo cane al guinzaglio, una station wagon color viola, una Harley Davidson con le cromature che luccicavano al sole. Il tipo che la cavalcava era vestito di pelle nera e aveva Ray ban con la montatura nera, una folta barba e lunghi capelli che fluttuavano al vento, e le sorrise quando le venne incontro dalla corsia opposta.
Il Crimson Hotel era una bassa ed elegante costruzione all’inglese con balconcini adorni di tende bianche a righe marroni. Amelia fermò l’auto di fronte all’ingresso, ne varcò la soglia, si fermò alla reception, disse “Buongiorno” all’impiegato che stava dietro il banco, gli chiese la chiave della camera ed entrò nell’ascensore. Terzo piano, seconda porta a destra. La passatoia bordeaux attutì i suoi passi. Aprì la porta e guardò dinanzi a sé. Il trolley stava sopra la poltrona accanto alla finestra dove l’aveva lasciato il pomeriggio del giorno precedente. Aprì la zip e prese il beauty case e un cambio di biancheria intima che mise sopra il letto, quindi si spogliò, andò in bagno ed entrò nel vano doccia. L’acqua le cadde sul viso, sulle spalle, sul seno, corse giù lungo le gambe. La giovane si sentì rinascere. Si insaponò i capelli con lo shampoo che stava sulla mensola alla sua destra e che si versò sul palmo della mano. “Profumo di mela verde” pensò portandolo al naso. Chiuse gli occhi e sentì l’acqua pettinarglieli, scivolare via dolce come una carezza. Qualche minuto più tardi uscì dalla doccia, indossò l’accappatoio che stava appeso a fianco della rastrelliera degli asciugamani, ne afferrò uno e se lo avvolse attorno al capo, poi si avvicinò allo specchio che era appannato di vapore acqueo. Vi passò sopra la manica dell’accappatoio e si guardò, si strofinò i capelli con l’asciugamano, staccò il phon dal muro accanto allo specchio, si tolse l’asciugamano dalla testa e iniziò ad asciugarsi i capelli. Aveva un viso stanco. Si domandò ancora una volta quanto poteva avere dormito sul prato della villa di Alfred. Quattro, o forse cinque ore, perché si rammentò che verso le undici i Best Offer avevano iniziato a suonare e che dopo due o tre canzoni si era trovata a conversare con un ragazzo che era letteralmente sbucato dal nulla.
“Gordon. Si chiamava Gordon” disse a se stessa con un mezzo sorriso. […]
Chi è Enzo Braschi
Enzo Braschi, dopo la laurea in Filosofia con una tesi sulla spiritualità dei Nativi americani delle Grandi Pianure, si dedica al mondo dello spettacolo divenendo un apprezzato attore televisivo e cinematografico. Autore di vari documentari sugli Indiani d’America, dal 1996 al 2003 prende parte alla Danza del Sole – la cerimonia più sacra dei Nativi.
Per Verdechiaro Edizioni ha pubblicato La conoscenza segreta degli Indiani d’America, Mi chiamo Bisonte Che Corre, Io ricordo e i romanzi Oltre, La dea dei golosi, L’ultima donna, Di Terra e di Luce, Il sangue non dimentica.
