Il linguaggio della pelle

Autore: Ashley Montagu
Numero Pagine: 320
Dimensioni: 14 x 21
Prezzo: € 18,00
ISBN: 978-88-6623-440-1

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Il linguaggio della pelle

Il senso del tatto nello sviluppo fisico e comportamentale del bambino

«Si impara ad amare non perché ce lo insegnano, ma per il fatto di essere amati». Ashley Montagu

La pelle è un organo tra i più sottovalutati, eppure fondamentale: «Un essere umano può trascorrere la vita cieco e sordo o completamente privo dei sensi dell’olfatto e del gusto, ma non può sopravvivere senza le funzioni proprie della pelle» scrive Ashley Montagu, antropologo inglese dei più insigni e rivoluzionari del Novecento.

Egli mette al centro del suo interesse la pelle in quanto organo complesso e affascinante, e approfondisce le straordinarie conseguenze che il tatto presenta sullo sviluppo dell’uomo: «Sono la manipolazione, il sollevamento, l’accarezzamento, il vezzeggiamento le cose che vorremmo sottolineare, perché a quanto pare, anche se mancano tante altre cose, queste sono le rassicuranti esperienze fondamentali che il bambino deve provare per sopravvivere abbastanza in salute».

Innumerevoli evidenze scientifiche sostengono la tesi che la sensazione del tatto come stimolo è assolutamente necessaria per la sopravvivenza dell’organismo, e che un’adeguata stimolazione tattile è di importanza fondamentale per il sano sviluppo comportamentale dell’individuo, a partire dal momento della sua nascita.

«Attraverso il contatto corporeo con la madre, il bambino stabilisce i primi contatti col mondo, e questi lo coinvolgono in una dimensione nuova di esperienza, l’esperienza del mondo degli altri. Questo contatto corporeo con gli altri è fonte prima di benessere, sicurezza, calore e predispone sempre più a esperienze nuove».

Il contatto madre-figlio è indispensabile anche per la mamma, che “nasce” contemporaneamente al suo neonato: ha bisogno di sentirlo addosso; ha bisogno di costruire con lui quell’intimità che costituirà la base del loro rapporto; ha bisogno di accoglierlo “in seno alla famiglia”, cullandolo sul suo corpo.

«Il dondolio rassicura il bambino perché nel ventre materno veniva automaticamente cullato dai movimenti del corpo della madre […]. Non meno importante, mantiene il senso di relazione: un bambino cullato sa che non è solo».

Un bambino cullato, abbracciato, accarezzato, sostenuto, vezzeggiato, manipolato, toccato, massaggiato disporrà di tutto ciò di cui ha bisogno per crescere sano, forte, sereno.

Indice

Prefazione

La memoria della pelle

I ratti e le fortunate scoperte casuali

Il leccamento e l’amore

Il grembo del tempo

Il significato dell’immaturità neonatale e infantile nell’uomo

Accarezzati nel modo giusto

L’allattamento al seno

Tenera, amorosa cura

Naso, allattamento e respirazione

Tatto e sentimento

Presa e apprendimento

La vera storia della culla e della pelle

Il dondolio, la musica e la danza

Gli abiti e la pelle

“Percezione dermo-ottica”

Demografismo

Il prurito e la grattata

Il bagno e la pelle

Pelle e sonno

Pelle e sesso

Tatto e comunicazione

Le differenze di sesso nelle esperienze tattili

Crescita e sviluppo

Le prove negli animali

Le prove nei bambini

Che cosa sente il bambino

Contatto e asma

Adattabilità e reattività della pelle

Cultura e contatto

Esterogestazione e tattilità

Traumi a livello cutaneo

Cultura e tattilità

Gli eschimesi Netsilik

Tatto e suono

Ordine dello sviluppo sensoriale

I Ganda dell’Africa orientale

I Dusun del Borneo settentrionale

L’esperienza tattile del bambino americano

La deprivazione tattile e l’eredità del puritanesimo

Stimolazione tattile e sonno

L’esperienza tattile del bambino giapponese

Differenze nazionali e culturali nella tattilità

Madre, padre, bambino e pelle

La stimolazione tattile e l’espressione di ostilità

Comportamento tattile dal bambino verso la madre

Contatto e gioco

Contatto, individuazione e affetto

Congedo

Note bibliografiche

Indice dei nomi

Leggi un Estratto del libro

Presa e apprendimento

I movimenti esplorativi delle mani del bambino giocano evidentemente un ruolo importante nella scoperta dei lineamenti e dei confini del mondo in cui vive. È anche interessante vedere in che modo i bambini piccoli battono i palmi delle mani, prima più che altro come movimento riflesso, poi con evidente soddisfazione. E questa potrebbe forse essere l’origine della consuetudine di battere le mani in segno di piacere o di approvazione.

Nei primi due o tre mesi di vita l’atto di afferrare del bambino è in gran parte riflesso. Egli non è capace di afferrare volontariamente un oggetto prima dell’età di circa venti settimane, e quell’afferramento deve ancora svilupparsi attraverso diversi stadi, dalla presa ulnare (sul lato del mignolo) dei primi mesi alla presa radiale (sul lato del pollice), e poi alla presa con il pollice a circa nove mesi di età.

A sei mesi il bambino trasferisce gli oggetti da una mano all’altra, gioca con le dita dei piedi e a titolo di convalida, per così dire, porta tutto alla bocca, un’attività che abbandona verso la fine del primo anno di vita. Dopo di che il progresso del bambino sta nell’accrescimento dell’abilità manuale, tanto che verso la fine dei tre anni può vestirsi e spogliarsi da solo.

Queste capacità sono acquisite principalmente mediante l’apprendimento avvenuto attraverso la pelle e i recettori dei muscoli che comandano le articolazioni, nell’interazione reciproca fra madre e figlio e mediante le esperienze associate che questa interazione procura.

L’apprendimento viene definito come il fortificarsi di qualunque atto attraverso la ripetizione, per cui il bambino si rafforza continuamente attraverso le gratificazioni che riceve nel rapporto con la madre; maggiore è la soddisfazione, più forte diviene il rapporto fra stimolazione e risposta. È vero anche il contrario: maggiore è il disagio, e più debole sarà questo rapporto.

Il meccanismo di apprendimento attraverso queste sensazioni è descritto in modo illuminante da Margaret Mead nel suo rapporto sul bambino balinese. A Bali il bambino trascorre la maggior parte dei suoi primi due anni dapprima nelle braccia e poi sul fianco di un altro essere umano che si accorge appena della sua presenza. Il bambino è tenuto avvolto molto liberamente in un panno, che talvolta gli copre anche la faccia, e sospeso in un’imbracatura che gira intorno alla spalla della madre o del padre o di qualche adolescente.

Il sonno e la veglia si alternano senza che il piccolo sia separato dalle braccia della madre. All’età di circa due mesi, sempre nell’imbracatura, viene posto a cavalcioni sul fianco, ora però saldamente legato al corpo del portatore. La madre è libera di pestare il riso nel mortaio senza dover prestare particolare attenzione al bambino, ed

egli impara ad adeguarsi a ogni suo movimento. Se si addormenta può essere deposto su un giaciglio in casa, ma quando si sveglia viene tirato su immediatamente. Praticamente, la sola occasione in cui un bambino entro i cinque-sei mesi non è nelle braccia di qualcuno è quando fa il bagno. Dal momento che viene quasi sempre portato sul fianco sinistro, il suo braccio destro resta immobilizzato sotto il braccio del portatore o teso intorno alla sua schiena, così quando protende la mano sinistra per prendere qualcosa che gli viene offerto, il portatore gliela tira indietro – giacché quest’uso della sinistra è vietato – e gli tira fuori la destra.

In tal modo il comportamento di presa del bambino si realizza in una situazione controllata, inquadrata culturalmente. Durante il primo anno il bambino viene portato da persone di ogni genere, maschi o femmine, giovani o vecchi, capaci o incapaci; gode di un’esperienza molto varia del mondo umano, di tipi diversi di pelle, odori, movimenti ritmici, modi di essere tenuto, alla quale corrisponde una limitata esperienza di oggetti.

I soli oggetti che egli tocca abitualmente sono gli ornamenti personali, costituiti in genere da una collana di perline con appesa una scatolina d’argento, su cui mette i denti, e da braccialetti d’argento ai polsi e alle caviglie.

«Così il bambino impara a vivere nelle braccia umane. Impara a mangiare, salvo quando viene nutrito durante il bagno, a ridere, a giocare, ad ascoltare, a osservare, a sentirsi spaventato o rilassato nelle braccia umane». Il bambino urina in braccio al suo portatore e si rende conto che non ci si fa caso. Defeca e avverte la noncuranza con la quale si chiama un cane a ripulire bambino, imbracatura e corpo del portatore. Il bambino è rilassato e il portatore abitualmente noncurante. Dal momento che il bambino trascorre molte ore sul fianco della madre mentre lei pesta il riso, è di grande interesse apprendere che Colin McPhee, la massima autorità in fatto di musica balinese, ha scoperto che il ritmo base di questa musica è lo

stesso del ritmo con il quale le donne pestano il riso nel mortaio. Non pare che gli etnomusicologi si siano interessati del possibile rapporto fra le esperienze infantili e il carattere della musica di una particolare cultura. Ma indubbiamente questo sarebbe un campo d’indagine promettente.

Il condizionamento precoce che il bambino balinese riceve in rapporto al corpo della madre è evidentemente connesso con la facilità con cui i bambini più grandi si addormentano appoggiati ad altre persone. Qualcuno si addormenta in piedi, rilassato e oscillando leggermente, in mezzo al pubblico stipato di una rappresentazione teatrale.

La stretta vicinanza di altri corpi costituisce un ambiente ideale per dormire. Durante cerimonie di vario tipo si può trovare gente accalcata in uno spazio non più grande di un letto matrimoniale, che siede, dorme, sonnecchia.

L’abito per un bambino balinese significa qualcosa che lega insieme lui e la madre. Completamente diverso è il significato che hanno gli abiti nel mondo occidentale, dove sono usati per separare il bambino dalla madre. A Bali lo scialle della madre serve da imbracatura, da coperta, da pannolino, da cuscino ripiegato sotto il capo. Quando il bambino è spaventato, e talvolta anche quando dorme, la madre gli tira il panno sul viso. Il bambino è attaccato al suo portatore da un panno che non è propriamente né suo né del portatore, e dal momento che i bambini balinesi non vengono né vestiti né spogliati ogni giorno a orari fissi, per i balinesi non ci sono abiti particolari che distinguono la notte dal giorno. Inoltre essi non sviluppano uno schema temporale interno perché si svegliano e si addormentano a qualunque ora, seguendo l’impulso o l’interesse del momento.

Nell’infanzia il bambino viene nutrito mentre fa il bagno, e la madre e il padre spesso spruzzano e manipolano i genitali dei maschietti; così il bagno diventa un piacere ancora più grande. Tuttavia è un genere di piacere misto, durante il quale il bambino è manipolato come un burattino capace di movimenti passivi ma non umani, un atteggiamento che contrasta fortemente con la stretta relazione di contatto con il portatore che si realizza mentre sta succhiando il latte della madre o mangiucchiando nelle sue braccia. Degno di nota il fatto che quando è cresciuto abbastanza da poter andare alla fonte il bambino si bagna da solo, e il bagno diventa da allora un piacere solitario, che si gode in compagnia ma riservatamente.

In questa esposizione delle esperienze cutanee infantili dei bambini balinesi possiamo vedere chiaramente quanto influiscano certi tipi di esperienza, per i quali la pelle rappresenta un recettore sensoriale della massima importanza, sul comportamento successivo dell’individuo, addirittura sul modo di dormire a contatto con gli altri. A questo proposito ci si può domandare se l’abitudine sempre più diffusa dei coniugi di dormire in letti separati non dipenda forse dalla diminuzione del rapporto cutaneo fra la madre moderna e il figlio.

Abitudini dissociative come quelle di separare il piccolo dalla madre, di coprirlo con i suoi vestitini, e altre del genere, servono certamente a ridurre il contatto intercutaneo e di comunicazione fra madre e figlio. Invece di dormire in braccio a un altro essere umano, come fanno i bambini balinesi, il bambino del mondo occidentale trascorre la maggior parte delle ore di veglia e tutte quelle di sonno solo e lontano dagli altri. A qualcuno può capitare di dormire in un letto da solo per tutta la vita finché non si sposa, e appena sposato scoprire che gli è impossibile adattarsi a stare nello stesso letto con il coniuge, se non per fare all’amore.

La diffusione dei letti gemelli può quindi essere messa in relazione all’abitudine di allevare il bambino in modo che dalla prima infanzia sia condizionato ad “andare” a dormire da solo. E lui “va” a dormire. La sua separazione contribuisce al senso di isolamento che proverà da adulto, e all’isolamento di ciascuno dei membri della famiglia.

Per essere teneri, amorevoli e affettuosi, gli esseri umani devono essere teneramente amati e curati nei loro primi anni, fin dal momento in cui nascono. Tenuti in braccio dalla madre, accarezzati, abbracciati e confortati, l’ambiente familiare al quale i bambini balinesi possono sempre ritornare si trova «nelle braccia conosciute dei genitori e dei fratelli, dove già si sono provati paura e benessere, interesse e sonno. Ci sono sempre corpi, corpi di altra gente ai quali appoggiarsi, con i quali ammucchiarsi, a fianco dei quali dormire».

Gli stessi contatti e la stimolazione tattile ritmica che accompagnano i movimenti corporei del portatore, i buffetti, le lisciate e le carezze che il bambino riceve in tal modo dalle mani e da altre parti del corpo del portatore, sono calmanti, rassicuranti e confortevoli.

Il ritmo di questo tipo di stimolazione tattile che la madre trasmette al bambino che ha in braccio è pressoché universalmente riprodotto nelle ninne nanne cantate o mormorate per far addormentare i bambini cullandoli. I bambini infelici, spaventati o disturbati per altre ragioni possono in genere essere calmati e riportati a un senso di sicurezza se presi in braccio da qualcuno che li conforti. Mettere le braccia intorno a qualcuno significa manifestargli affetto, in altre parole dargli un senso di sicurezza. Dondolare ritmicamente il corpo quando si è disturbati emotivamente è confortante.

La culla era un’invenzione ammirevole, vecchia di molte migliaia d’anni, che le società sofisticate hanno eliminato. Perché? La risposta a questa domanda costituisce di per sé una cartella clinica, che serve a illustrare come la nostra ignoranza delle necessità basilari del bambino ci permette, in nome del progresso, di abbandonare le abitudini più valide per sostituirle con le peggiori. La risposta servirà anche a fare un po’ di luce sulla funzionalità della pelle nel mantenimento della salute fisica e mentale.

Chi è Ashley Montagu

Ashley Montagu (1905-1999), professore di Anatomia e Antropologia, ha insegnato alla New York University e ad Harvard, ed è stato presidente della sezione di Antropologia alla State University del New Jersey.

È stato responsabile del progetto di studio dell’Unesco Il problema della razza (The Race Question).

È autore di numerosi libri, tra i quali

  • Man’s Most Dangerous Myth: The Fallacy of Race, 1942. Tradotto in italiano in La razza. Analisi di un mito, Einaudi, PBE Scienza, 1966.
  • The Natural Superiority of Women, 1953. Tradotto in italiano in La naturale superiorità delle donne, Bompiani, collana “L’uomo”, 1956.
  • Life Before Birth, 1964. Tradotto in italiano in La vita prima della nascita, Longanesi, 1970.
  • Living and Loving, 1986.
  • The Peace of The World, 1987.